Il sogno del Ponte fattoci vivere da Siviero

sivieroMolti sono i meriti di un professore come Enzo Siviero che, avendo dedicato la propria vita alla costruzione di ponti un po’ in tutto il mondo, ha degnamente acquisito il nomignolo di Pontefice che nulla, ovviamente, ha a che vedere con la Sacra Romana Chiesa, essendo tutto riconducibile alla sua profonda conoscenza dei ponti, al suo amore smisurato per gli stessi ed alla sua indiscussa capacità di conquista dei cuori e delle menti di chi lo ascolta. Uno di questi meriti è quello d’essere uscito dal cortile di casa e dai propri diretti interessi professionali per immergersi pienamente nel formidabile mondo delle infrastrutture usate nel mondo per unire due territori divisi dal mare o da fiumi, comunque dall’acqua, diventando un vero e proprio divulgatore scientifico delle infinite scelte usate nelle realizzazioni e rendendo visibile lo sviluppo, anche ardimentoso, dell’architettura e dell’ingegneria. Questa scelta lo ha portato a diventare uno dei più ferventi sostenitori del Ponte sullo Stretto di Messina che per ‘ardimento’ non è certamente secondo ad alcuno. Lo ha fatto anche e soprattutto perché non ha mai considerato i ponti fine a se stessi, ma li ha visti, studiati e, a volte, realizzati come entità vive trovando, nel caso dell’impegno personale, le soluzioni qualitative necessarie a rispondere all’utile per cui nascevano, e al loro amalgama col paesaggio circostante evitando il famoso pugno nello stomaco e facendo godere l’occhio del cittadino semplice costretto ad osservarli. Aldilà di ciò che blaterano i ‘signor No’, detrattori per condizionamento ideologico di ogni realizzazione, spesso, se non sempre, il ponte non distrugge l’ambiente, né riesce a mortificarne il panorama, ma ne esalta la bellezza e la ingentilisce. Un altro merito del ‘Pontefice’ è quello di aver sposato consapevolmente la formula dell’abitabilità dei ponti o delle strutture che li sostengono diventando un autorevolissimo sostenitore della scelta già usata, per esempio, quando fu decisa la realizzazione del Ponte Vecchio di Firenze (scelta mantenuta ed allargata ogni volta che si doveva ricostruirlo per le distruzioni patite nel corso dei secoli). Quella formula, anche in tempi recenti, è stata utilizzata per il Tower Bridge di Londra che è diventata una delle più famose attrattive della città con il suo Tower Bridge Exhibition (esposizione permanente); con le Victorian Engine Rooms (Sale Motori Vittoriane) e, ovviamente, untitledcon la possibilità di usare le passerelle e godersi la vista del Tamigi da 42 m d’altezza. Certo, la decisione a suo tempo assunta per la realizzazione del Ponte Mediterraneo (come Siviero preferisce chiamare il Ponte sullo Stretto) ci riconduce a ciò che impone la globalizzazione, gli interscambi tra i vari stati e la necessità di abbattere i tempi di percorrenza delle merci. Per questo si è proceduto al raddoppio della capacità navigabile del Canale di Suez ed a ipotizzare i famosi percorsi europei ad Alta Velocità per abbandonare il vecchio percorso che le navi erano, e sono ancora oggi, costrette a battere per raggiungere il Nord Europa, e cioè superare le colonne d’Ercole e affrontare la circumnavigazione dell’Europa e viceversa. Ma ciò non esclude altri impieghi delle strutture del Ponte tesi, da una parte, a ridurre i tempi di rimborso dei capitali reperiti col sistema del project financing, ma anche per una eccezionale attrattiva turistica che potrebbe essere pari o superiore a quella della torre Eiffel che è alta 324 metri. I due piloni che dovranno sorreggere il Ponte sono invece alti circa 400 metri e i cavi che sorreggono l’impalcato, dovendo consentire il transito di cabine per la manutenzione, sono già in condizione di poter permettere il transito di ovovie che consentano, come oggi avviene con altre tecniche sul Sydney Harbour Bridge, la visione del Ponte dall’alto con il traffico sottostante nelle sei corsie autostradali e nelle due corsie ferroviarie (idea questa tanto cara all’arch. Comparetto di Torino). Ma la domanda che si pone l’uomo semplice è quella di sapere chi o cosa ‘abiterà’ i piloni. Per essi c’è solo l’imbarazzo della scelta tra alberghi, ristoranti, night club, discoteche, negozi, e quant’altro serve alla catena dell’accoglienza e del soggiorno. Sogni? Forse, ma solo finché si continuerà a tollerare che a gestire il nostro futuro siano coloro che non vogliono creare alcuna difficoltà ai porti del Nord Europa e ci dettano i ‘compiti da fare a casa’ per evitare di liquidare lo status quo esistente nel trasporto delle merci. E comunque anche i sogni servono per scacciare gli incubi a cui sono sottoposti attualmente gli italiani. Per questo siamo grati a Enzo Siviero che è stato capace di farci sognare mantenendo viva la speranza di vederli tramutati in realtà. Oggi più che mai possibile per evitare di buttare alle ortiche una penale elevata che il Consorzio aggiudicatario dell’appalto di costruzione del Ponte ha dichiarato, attraverso l’ad di Impregilo, Pietro Salini, d’essere pronto a rinunciarvi se si riavvia il progetto del Ponte che ha subìto una vergognosa cancellazione malgrado una gara regolarmente espletata e vinta. Il danno causato all’Italia è enorme. Senza quel ponte, che non si vorrebbe realizzare per difendere alcune villette della stracciona borghesia messinese localizzate proprio dove dovrà sorgere uno dei piloni, si perderebbe l’occasione di captare il grosso del traffico merci coi container e con esso la realizzazione della piattaforma logistica che deve smistare quel flusso di container tra tutti i porti del nostro Paese e non solo. L’assenza della iniziativa pubblica italiana ha spinto alla realizzazione del progetto della FerrMed tra Spagna e Francia verso o dal Nord Europa. L’Italia ha lasciato un vuoto e c’è qualcuno che lo sta riempiendo. Non comprendere la dimensione del business da parte della sinistra più arrabbiata e conservatrice e da parte dei benaltristi o di qualsiasi altro detrattore dell’opera dimostra la loro chiusura mentale dominata da una opposizione preconcetta a qualsiasi innovazione, ma anche la loro incultura. Sono così ciechi che non gli interessa che il ponte valga due punti di pil e con esso si potrà avviare la ripresa economica del Paese. Ripetono, purtroppo, quello che è avvenuto sempre nel corso dei secoli. La stessa storia della Torre Eiffel dimostra la facilità con cui poterono sorgere gli oppositori. Nel caso specifico i ‘No Torre’ che si batterono prima per evitare la costruzione e poi, 20 anni dopo, per farla demolire. Per fortuna i Siviero del tempo e i governi lungimiranti dell’epoca permisero di poterla realizzare, di non farla demolire e di poterla fare ammirare anche a noi che non l’abbiamo mai vista come un ‘asperges de fer’, ma come intuizione di successo e di progresso.

Giovanni ALVARO

 

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