8 marzo e “quote rosa”

donna manager

8 marzo, festa della donna e bla bla bla bla bla….. Lasciando da parte i soliti discorsi sul significato della festa diamo uno sguardo alla condizione lavorativa della donna, soprattutto se deve ricoprire ruoli di responsabilità. Dopo l’entrata in vigore della legge Golfo-Mosca del 2011 la quale obbliga al rispetto delle quote di genere nelle società quotate e pubbliche, la carica delle nuove nomine al femminile è innegabile, ma da notare come tale presenza sia come “mozzata” cioè ad esempio consiglieri d’amministrazione sì ma senza veri e propri poteri decisionali, la realtà vede avere nel board consiglieri donna che non siano indipendenti, ma che facciano parte del management aziendale. Secondo il Centro studi del Sole 24 Ore su 316 società quotate a Piazza Affari mostra come la percentuale di donne nei cda o con cariche ai vertici delle aziende sia attorno al 23,7%. Il dato sale a sfiorare il 27% se si considerano solo le società quotate sul listino principale; se invece andiamo a dare un’occhiata ai livelli “APICALI” cioè dove si decide la percentuale scende al 6,5% come presidenti e al 6,8% come amministratore delegato. Possiamo vedere come il settore a maggiore concentrazione femminile e con ruoli esecutivi è sicuramente quello dei media e dell’editoria. A livello mondiale le manager sono tornate al 24% del totale, dal 22% del 2015. A fare la parte da leoni sono sempre i Paesi dell’Est Europa e l’Asia con punte del 35% nel primo caso e del 34% nel secondo. Fanalino di coda, fra le economie più sviluppate, è il Giappone con solo il 7% (secondo il rapporto di Grant Thornton “Women in business”, in esclusiva per l’Italia sul Sole24Ore.). Ma ora guardiamo un po’ a “casa nostra”, secondo una recente classifica Isco in Italia si viaggia attorno al 25,6%. In un mondo dominato da volatilità, incertezza, complessità e ambiguità, le aziende hanno bisogno dei migliori leader che possono attrarre, per questo è vitale che rispondano a queste sfide» scrivono i relatori del rapporto Grant Thornton, ma nel nostro paese oltre che a continuare a “guardarsi in faccia” in cerca di una “miracolosa” risposta, ci si interroga se le donne che sono entrate nei board possano essere un fattore di cambiamento in modo che ai cda venga affidato anche un compito di gestione strategica del capitale umano delle aziende, cosa che ancora non avviene. Di strada negli ultimi anni ne è stata fatta, ma non abbastanza perchè il vero valore del genere femminile sia riconosciuto a pieno e contribuisca allo sviluppo economico del paese.

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About the Author: Carlo Viscardi