Come si può spiegare il terrorismo ad un bambino? Parla la psicologa…

Intervista alla Dott.ssa Crea Maria , Psicologa, Psicoterapeuta in formazione sistemico-relazionale.

  1. Come si può spiegare il terrorismo ad un bambino?

Ogni cosa può essere spiegata ai bambini con un linguaggio adeguato al loro livello di sviluppo, anche il terrorismo. I bambini hanno bisogno di conoscere per provare meno paura. Per essere ben informato nell’ apprendimento è fondamentale la funzione di guida e sostegno dell’adulto. Con i bambini più piccoli si può parlare delle paure legate alle immagini o alle notizie relative al  terrorismo adoperando per esempio le modalità del disegno dando loro la possibilità di raffigurare e condividere timori e preoccupazioni, senza addentrarsi in spiegazioni dettagliate che non possono ancora comprendere. Con i fanciulli più grandi, a partire dai 6 anni, è invece possibile parlare di terrorismo,mantenendo un atteggiamento rassicurante,  creando un lavoro sulla tolleranza e intolleranza, sul rispetto dell’altro, sull’ interculturalità facendo loro comprendere quali atteggiamenti e convinzioni possono a volte portare un essere umano a fare del male ad un altro.

  1. La paura del terrorismo potrebbe diventare oggi  per un bambino una delle <<enigmatiche fobie del bambino>> di cui si è occupato Freud ? Potrebbe rientrare nella sua normalità?

Parlare di enigmatiche fobie del bambino significa fare riferimento alle paure che comunemente ogni bambino sperimenta nel corso dell’infanzia, quali la paura del buio, di rimanere solo, dell’estraneo. Si tratta di paure che, seppure esplicitate da situazioni diverse ,vengono ricondotte da Freud al timore di perdere l’oggetto d’amore, la figura di accudimento e che in un contesto di sviluppo sicuro e protetto vengono normalmente  superate con la crescita. Ora, in riferimento alla paura del terrorismo, piuttosto che pensare che possa diventare una fobia enigmatica del bambino rientrando nella “normalità” dei processi evolutivi per cui dovremmo aspettarci che tutti i bambini normalmente abbiamo paura del terrorismo, dovremmo interrogarci su come l’attentato terroristico possa alimentare e intensificare nei bambini esposti a notizie del genere una delle paure di cui sopra determinando lo strutturarsi di vere e proprie fobie che vanno ad interferire con i normali processi di sviluppo.

  1. Ci sono genitori nel mondo che mentono ai propri figli simulando una “protezione” , negando la cruda realtà che li circonda. E’ giusto farlo?

No,non è giusto farlo.  Il tentativo di proteggere i propri figli attraverso la negazione rischia di essere controproducente lasciando i bambini nell’ insicurezza e soli con le proprie emozioni. Ciò che è giusto fare è ascoltare e accogliere le paure dei più piccoli creando uno spazio e un tempo in cui la presenza rasserenante dell’adulto possa permettere loro di esplicitare le paure. Quello che a volte spinge i genitori a “mentire” per proteggere non è altro che la paura che essi stessi provano di fronte alla paura dei propri figli .L’esperienza clinica dimostra che poter parlare con i bambini di ciò che fa loro paura e creare le condizioni ,per esempio attraverso il gioco, le fiabe, i disegni ,in cui i bambini possano esporre i pensieri, le fantasie,le preoccupazioni e i vissuti  sia la strada migliore per  rassicurarli.

  1. Come è possibile evitare il trauma dello “spettatore bambino” ? Le notizie arrivano ai piccoli anche attraverso i media: come si può intervenire ?

Non è possibile pensare di controllare completamente l’accesso a immagini e notizie da parte dei più piccoli, quello che è doveroso fare per evitare il trauma da esposizione è aiutarli a comprendere spiegando quanto è accaduto e accade, onde  evitare interpretazioni distorte e la strutturazione di angosce legate al timore per la propria incolumità fisica e quella degli altri. Ciò che permette di evitare il trauma è dare senso e significato agli eventi che fanno paura ai più piccoli ponendosi in  ascolto. Gli adulti, ( genitori, insegnanti, educatori) possono aiutare i bambini a comprendere come alla base degli attentati ci sia l’intolleranza, la difficoltà per alcuni essere umani di accettare l’altro anche nella diversità, il bisogno di controllare le persone e intimorirle limitando la loro libertà. Nello stesso tempo è indispensabile rassicurarli facendo loro capire che se da una parte  alcune persone fanno del male, dall’altra ce ne sono tantissime pronte a difenderli e proteggerli.  È fondamentale inoltre che gli adulti possano trasmettere fiducia e serenità e non cambino le abitudini di vita e gli atteggiamenti verso l’esterno facendo così sentire i bambini al sicuro. L’adulto significativo è un importante mediatore cognitivo ed emotivo nel rapporto tra bambino e ambiente esterno, se per l’adulto il mondo esterno diventa minaccioso e il diverso diventa pericoloso inevitabilmente il bambino assorbirà questi vissuti che andranno ad intaccare il senso di sicurezza, la curiosità, il bisogno di esplorare.

  1. Come è possibile invece aiutare un bambino che ha subito un trauma diretto da parte del terrorismo?

In questi casi la sola presenza confortante dell’adulto potrebbe non  essere sufficiente. Sarebbe opportuno rivolgersi ad esperti, psicologi  psicoterapeuti che si occupino dei bambini e delle loro famiglie attraverso un lavoro centrato sull’ elaborazione dell’evento traumatico. Sarebbe opportuno che i genitori si rivolgessero a dei professionisti anche nei casi in cui il bambino, pur non avendo subito il trauma diretto, manifesti in seguito ad esposizione a notizie di cronica relative agli attacchi terroristici dei cambiamenti comportamentali non transitori relativi per esempio all’ alimentazione, ai ritmi sonno-veglia, alle relazioni con i pari, all’ uscire di casa, all’ andare a scuola, all’ attenzione e concentrazione nel fare i compiti.

  1. Qual è il compito della scuola nella gestione della paura nei bambini?

La scuola deve creare delle occasioni in cui si possa parlare dei fatti di cronaca che possono alimentare le paure. Fondamentale e delicato è in questo senso il ruolo delle insegnanti che debbano poter garantire all’interno dei gruppi classe dei momenti di confronto e di accoglienza delle riflessioni, dei vissuti e delle fantasie dei più piccoli e dei ragazzi più grandi. Si ha paura di ciò che non si conosce e non si comprende, aiutare quindi  i bambini a comprendere è il primo passo per aiutarli a gestire e a modulare la paura.  La scuola, in un momento delicato come quello attuale in cui l’altro diverso da sé può fare spavento e in cui la multietnicità nelle classi non è eccezione,  ha il dovere di educare i bambini al rispetto, all’ accoglienza dell’altro, al sentimento dell’amicizia e della tolleranza lavorando per favorire l’incontro tra culture. Un lavoro del genere è fondamentale per prevenire la strutturazione nei bambini di distorsioni interpretative centrate sulla contrapposizione “noi-altro”, dove l’altro in quanto appartenente ad un gruppo sociale con caratteristiche diverse da quello proprio può essere percepito ed etichettato come pericoloso.

Dott.ssa Crea Maria , Psicologa, Psicoterapeuta in formazione sistemico-relazionale.

fonte: www.bwoman.it

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About the Author: Giusy De Giovanni