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Fabio Polese rientrato da Donetsk racconta il conflitto “dimenticato”


Circa un mese fa abbiamo avuto nostro ospite Fabio Polese, giornalista e fotoreporter che ha realizzato reportage in diverse zone calde del mondo. È rientrato dall’Ucraina Orientale e lo abbiamo intervistato per capire cosa sta avvenendo in una zona dove esiste uno dei tanti conflitti dimenticati del Pianeta.

Sei tornato nella tua Perugia da poco tempo dopo una permanenza in Donbass. Ci vuoi parlare della situazione che hai visto in quelle zone dove si vive intensamente una guerra che sembra dimenticata?

Sono stato in Donbass per documentare una guerra dimenticata nel cuore d’Europa, che vede contrapposto da ormai tre anni il governo di Kiev alle milizie filorusse dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk. Nonostante se ne parli molto poco, e nonostante gli accordi di Minsk dovrebbero garantire una tregua, la guerra continua ad esserci, a fare morti e feriti. Sono stato nelle prime linee del fronte a Kominternovo e Zaitsevo, dove gli scontri e i bombardamenti ucraini sono all’ordine del giorno, cercando di capire sia la situazione militare, sia quella in cui sono costretti a vivere i civili. Ho raccolto tante storie di sofferenza, ma anche di coraggio, orgoglio e di speranza per un futuro migliore.

Quali sono le difficoltà e i pericoli per chi vuol fare questo lavoro?

Prima di partire per realizzare un reportage in un fronte caldo, è necessario organizzarsi bene. Studiare il Paese e le sue leggi, avere buoni contatti e fare attenzione a tutti i dettagli, anche a quelli che all’inizio possono sembrare superflui. Non bisogna avere fretta, non si è in vacanza. I pericoli, dove c’è la guerra, ci sono e sono evidenti. Li conosci sin dall’inizio. Ma sai anche che fa parte di quello che hai scelto di fare nella tua vita. Ovvero cercare di raccontare ciò che sta accadendo nel Mondo che ci circonda. Dare voce alle persone, alle storie.

Cosa è cambiato in questi anni per chi come Fabio Polese fa il reporter in zone dove chi vuole fare informazione rischia quotidianamente la vita?

È cambiato, in generale, il modo di fare informazione. Adesso il giornalismo è immediato. Quelle che noi definiamo “notizie” vengono bruciate in poche ore dopo che le abbiamo viste sul web. E il rischio è che le informazioni che ci arrivano così velocemente sono spesso false o quantomeno non complete. Non è raro che leggiamo di alcuni avvenimenti e successivamente veniamo a sapere che in realtà, le cose, sono andate diversamente da come le avevamo conosciute. Tuttavia il reportage, con giornalisti sul campo che vogliono vedere le cose con i propri occhi, sporcandosi le scarpe, permette ancora di analizzare e raccontare quello che resta in disparte rispetto all’informazione di massa. Ovviamente, come dicevo prima, questo ha i suoi rischi. Proprio oggi ricorre il trentesimo anniversario della morte di Almerigo Grilz, il primo giornalista italiano caduto sul fronte dell’informazione dalla fine della seconda guerra mondiale. Il 19 maggio del 1987 è stato colpito da una pallottola alla testa mentre stava filmando un attacco al seguito dei guerriglieri della Renamo in Mozambico. I suoi compagni d’avventura Gian Micalessin e Fausto Biloslavo, che hanno iniziato proprio con lui a fare questo mestiere e che ancora oggi raccontano i conflitti del mondo, per ricordarlo hanno organizzato la mostra fotografica “Gli Occhi della Guerra. Da Almerigo Grilz alla battaglia di Mosul”, che si inaugura oggi alle 18.30 al civico museo di guerra per la pace Diego de Henriquez di Trieste.

Prima dell’Ucraina sei stato in diverse zone calde del Mondo, dall’Asia al Medio Oriente. Hai fatto tappa anche in Libano e, proprio da questa esperienza, hai recentemente pubblicato il libro “I Guerrieri di Dio. Hezbollah: dalle origini al conflitto in Siria” (Mursia Editore)..

Sì,… un libro scritto a quattro mani insieme allo storico Stefano Fabei, nato dall’esigenza di voler raccontare il movimento di resistenza sciita Hezbollah, dalla sua nascita fino ai giorni nostri. Un’organizzazione che per l’Occidente è considerata terroristica, ma che sta di fatto combattendo il terrorismo islamista sia in Siria, sia all’interno dei propri confini nazionali. Sicuramente poco conosciuto, ma molto affascinate, il Partito di Dio è riuscito ad inserirsi e talvolta sostituirsi al governo libanese, aiutando tutto il popolo, a prescindere dalle confessioni religiose che animano da sempre il Paese. Dopo diverse presentazioni sul territorio nazionale, da Milano a Messina, giovedì 25 maggio lo presenteremo per la terza volta a Roma. L’appuntamento, per chi volesse, è fissato alle ore 18, presso il centro culturale della Basilica Santa Maria in Cosmedin in via della Greca 3.

Fabrizio Pace

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