Imprese: Manager, differenze tra generazioni ma voglia di collaborare - Ilmetropolitano.it

Imprese: Manager, differenze tra generazioni ma voglia di collaborare

Presentata indagine Astraricerche, condotta su  1.462 persone

(DIRE) Milano, 8 giu. – Il 74,3% degli italiani dice che “per avere una vera crescita economica serve il contributo (idee, impegno, valori) di ogni cittadino e quindi anche del mio”. Ma c’e’ di piu’: per il 73,5% “per avere una vera crescita economica serve il contributo di tutte le generazioni insieme, anche dei pensionati”. Sono alcuni dei risultati emersi dalla ricerca condotta a fine maggio da AstraRicerche per Manageritalia, su un campione rappresentativo di 1.462 persone tra i 20 e i 75 anni, e presentata oggi a Milano in apertura del Meeting Prioritalia 2018 dal titolo ‘Costruire un patto generazionale nell’economia dell’innovazione e delle competenze’. Non e’ quindi un caso che il 76,8% degli italiani valuti positivamente l’intergenerazionalita’ in modo crescente al crescere dell’eta’ (64% under 40, 80% 50-60enni e 91% over 60). Quello che emerge, pero’, e’ un forte stacco tra i desiderata e la presenza nella realta’: in famiglia (desiderata 80,1% contro realta’ 55,1%, con un gap del -25%), nel lavoro (79% contro 32,1, con un gap del 46,9%), nel volontariato (78,4% contro 54,3%, con un con un gap del 24,1%), nella societa’ (78,1% contro 32,2%, 45,9%), nei rapporti personali (74,7% contro 42,1, con un gap 32,6%), in politica (69,9% contro 23,9%, gap 46%). Il divario piu’ forte e’ proprio nel mondo del lavoro, come riconoscono anche i manager, oggetto di un’indagine parallela (con piu’ di 1.000 intervistati), che valutano l’intergenerazionalita’ diffusa solo al 19,5% in azienda, al 10,6% nella societa’ e all’8,4% in politica. Le cause per italiani e manager sono mancanza di risorse (40,7% italiani contro 38,9% manager), differenze nell’utilizzo delle nuove tecnologie e saperi (39,1% vs 53,3%), motivi culturali legati al fatto che i piu’ giovani non capiscono e apprezzano i meno giovani (38,9% vs 39,3%) e, al primo posto per i manager, mancanza di chi sappia guidare e condurre i processi di intergenerazionalita’ e far dialogare le varie generazioni (36,1% vs 75,3%). In quest’ultimo caso i manager, in un certo senso accusando se stessi e la classe dirigente e politica, non si tirano certo indietro. A confermare questa voglia di collaborare c’e’ il vissuto reciproco tra le varie generazioni: quelli inseriti tra i 20 e i 40 anni, emerge ancora dall’indagine AstraRicerche, sono ritenuti dagli italiani soprattutto aperti all’innovazione, al cambiamento nella societa’, nell’economia e nel mondo del lavoro (66,2%, 69% dai 50-65enni) e fondamentali per il successo dell’Italia, per la ripresa economica (64,3%, 67% dai 50-65enni). In negativo si ritiene che pensino ognuno a se stesso piu’ che al bene di tutti (57,7%, 61% dai 41-49enni, 59% loro stessi). Dei 50-65enni gli italiani pensano che hanno etica e valori forti (72,7%, 66% gli under 40), voglia di fare e impegnarsi sul lavoro (69,3%, 58% gli under 40), e sono ben preparati per il mondo del lavoro (68,3%, 59% gli under 40). In negativo si pensa meno che siano aperti all’innovazione e al cambiamento (41,6%, 29% gli under 40). E pensionati, quelli additati come colpevoli dello scippo del futuro dei giovani? Nulla di tutto cio’. Sono si’ ritenuti troppo numerosi rispetto ai giovani e ai giovanissimi (56,8%), e rispetto alle persone che lavorano (51,9%), ma gli si riconosce voglia di fare e di impegnarsi assistendo parenti e amici (56,7%), oltre che di essere ben preparati per dare ancora un contributo alla societa’ (53,4%). A ulteriore conferma del mancato conflitto intergenerazionale sono pressoche’ assenti, inferiori al 10-15%, sentimenti reciproci quali poco interesse, critica e invidia per il periodo nel quale sono nati e/o per come vivono. Eppure un ‘conflitto’ c’e’, seppur minimo e minore di quello che ci si potrebbe aspettare, tra under 40 e 50-65enni, dove i più giovani vedono i meno giovani meno positivamente di tutte le altre generazioni in varie dimensioni: apertura all’innovazione (29%, vs 41,6% generale), essere fondamentali per successo Italia (39%, vs 51,1%) e soprattutto aperti a collaborare con persone di altre fasce d’età (anche molto diverse dalla loro) per trovare soluzioni nel mondo del lavoro (42%, vs 58,4%). ‘I risultati di quest’indagine- ha detto Marcella Mallen, presidente della Fondazione Prioritalia- parlano di un Paese unito che ha voglie di collaborare allo sviluppo e di essere accompagnato verso quell’innovazione a livello economico e sociale che ne è la base di partenzà. Per Mallen questa e’ una risposta ‘chiara a quanto affermato martedi’ al Senato dal premier Giuseppe Conte- prosegue- quando, parlando del dialogo con le parti sociali, ha detto ‘Occorre rimettere in moto, in maniera corale, tutte le molteplici energie positive del nostro Paese’. Dunque, il titolo e obiettivo del nostro incontro di oggi- spiega il presidente- è costruire un patto generazionale nell’economia dell’innovazione e delle competenze risponde agli italiani e alla sua positiva apertura di dialogo’. Fondazione Prioritalia, secondo Mallen, è quindi il veicolo per portare il contributo dei manager nella società. ‘L’innovazione ad ogni livello è il necessario punto di partenza e svolta e sarà, insieme alla consistenza e alla capacita’ di far accadere le cose- sottolinea- il filo conduttore delle nostre azioni future’. Per il resto, tantissimi i macro temi trattati nell’indagine: la trasformazione digitale del lavoro, le competenze e i territori, il welfare, la demografia e i must per un vero sviluppo. Ad esempio, guardando a cosa serve per la crescita economica gli italiani non hanno dubbi: spazio a merito, competenza, alla vera capacita’ di fare nel pubblico e nel privato (76,6%), che le aziende tornino a investire, pensare al futuro e avere una visione (75,7%) e, come abbiamo già detto, il contributo di tutti, anche dei pensionati, e un impegno personale forte (73,5%). A conferma, si afferma a livelli intorno al 70% che attori della ripresa devono essere imprenditori, manager pubblici e privati, intellettuali e insegnanti, i piu’ giovani (under 40), i piu’ esperti (50-65enni) e anche, ai primi posti, la tanto vituperata classe politica (71,7%). Per quanto riguarda alcuni fenomeni in atto a livello sociale, gli italiani secondo l’indagine AstraRicerche percepiscono fortemente l’invecchiamento dei connazionali (89,3%), che dicono è destinato ad aumentare (75,1%), in parallelo con un aumento della vita media (67,5%). C’e’ invece minor consapevolezza della diminuzione della popolazione italiana nei prossimi anni (60,5%), dell’aumento della migrazione tra sud e nord (46,6%) e della continua diminuzione delle nascite (69,2%). Bassa anche la percezione che la differenza di sviluppo economico tra nord e sud è molto grande (73,4%), così come quella, anche nelle aree più sviluppate, tra grandi città e il resto del territorio (58,3%). Sulla crescita economica ci si attende tanto. Infatti, si dice che, se gestita in modo giusto e corretto, possa aiutare tutti, non solo le aziende e i lavoratori, ma l’intera società italiana (72,2%), che senza di essa la condizione delle famiglie e dei lavoratori non potrà migliorare (74,6%), che permetterà di garantire la pensione ai pensionati attuali e futuri e redditi a chi lavora e lavorerà in futuro (61,8%). Solo un italiano su quattro (18,5%), però, pensa che la crescita sia già iniziata e la crisi sia alle spalle, cosi’ come quasi un italiano su due (43,9%) pensa che anche con una forte crescita economica milioni di persone in Italia resteranno in uno stato di poverta’ o vicino alla povertà. A riprova della volontà di collaborare e lottare insieme per il futuro, tutti (92,7%) sono propensi a mettere a disposizione le loro competenze per creare sviluppo, in particolare, per la crescita della generazione che segue (53,2% italiani, 80,6% manager) e del territorio dove si abita (54,8% italiani e 58,1% manager). Sul fronte innovazione, ancora, c’e’ la percezione di avere un profondo gap culturale e formativo a livello economico e sociale per cogliere appieno la parte buona delle trasformazioni in atto. C’e’ poi la sensazione forte della marginalità di tanta parte del territorio nazionale, non solo al sud. E proprio per questo si chiede che tutti i territori vengano coinvolti appieno nei processi di trasformazione in atto. Infine il lavoro: l’Italia è divisa a meta’ tra vecchio (posto e stipendio fisso, poche responsabilità, no estero…) e nuovo lavoro, con una forte e diffusa distanza dall’innovazione digitale se non nelle forme piu’ smart (telelavoro ecc.). Forte e’ la consapevolezza dell’importanza della formazione e delle competenze, per questo si chiede di migliorare il sistema formativo (ritenuto di ottimo livello solo da un terzo degli italiani), si é consci che la capacità di apprendere sara’ fondamentale (83%) e di dover pensare alla propria formazione in modo più continuo e anche in autonomia (90%), per avere come singoli la capacità di cambiare, rinnovarsi come lavoratori e di acquisire nuove competenze (57,9%). (Nim/ Dire) 16:44 08-06-18

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