Vitamina D: individuata la soglia che ne indica una condizione carenziale o di insufficienza

La vitamina D, anche detta la “vitamina del sole”, è importantissima per il buon funzionamento del nostro organismo, e la sua carenza può rivelarsi responsabile dell’insorgere di molte patologie.La vitamina D sta infatti  alla base di essenziali funzioni biologiche, indispensabile per mantenere in equilibrio perfetto il nostro corpo.

In primo luogo, è fondamentale per l’apparato scheletrico, poiché da un lato mantiene le ossa forti e sane, dall’ altro è necessaria alla loro formazione. Ecco perché risulta necessaria sia per i bambini, in fase di crescita, sia durante tutto il corso della vita per gli adulti.

A livello cutaneo, può essere utile per curare la psoriasi e la dermatite atopica.

La vitamina D, sintetizzata grazie alla luce solare, stimola la produzione di endorfine, serotonina e dopamina, tutti ormoni che apportano una sensazione di benessere. Ecco perché la vitamina D è strettamente correlata alla depressione. Migliorando il tono dell’umore, inoltre, si minimizzano anche gli attacchi di fame compulsiva.

La vitamina D, inoltre, migliora la funzionalità dell’insulina, ormone necessario a metabolizzare gli zuccheri, e risulta utile dunque per combattere il diabete di tipo II. In più, favorisce la produzione di leptina, che serve ad attenuare lo stimolo della fame, dandoci il giusto senso di sazietà. Oltre a diminuire la concentrazione di citochine che sono responsabili dell’aumento degli adipociti, con effetto dimagrante

La vitamina D, poi, migliora la tonicità muscolare e la forza fisica, grazie all’aumento di testosterone.

La vitamina D fa bene anche al cervello, prevenendo il rischio di malattie neurodegenerative come Alzheimer o Parkinson. Inoltre stimola il sistema immunitario, riduce le infiammazioni e previene le infezioni. A livello del sistema cardio-circolatorio, recenti studi dimostrano che la vitamina D è utile nel diminuire la pressione alta e ridurre il rischio di patologie cardiovascolari.

La vitamina D è da decenni sotto la lente degli esperti che a lungo hanno dibattuto sui valori soglia che permettono di identificare situazioni di carenza, in gergo tecnico ipovitaminosi D. Una definizione apparentemente semplice, ma in realtà al centro di una dibattuta controversia scientifica. Per questo, un gruppo di specialisti provenienti da tutto il mondo ha deciso di sedersi attorno a un tavolo e di affrontare alcuni degli interrogativi  ancora aperti.Qual è il marcatore biologico o biochimico che può meglio identificare un paziente ad alto rischio di ipovitaminosi? Quali sono i valori di cut-off che definiscono un reale deficit di vitamina D? Le risposte a queste domande sono contenute in un documento pubblicato pochi giorni fa sulla rivista ‘British Journal of Clinical Pharmacology’ e oggi sotto i riflettori a Milano in occasione del 7° Clinical Update in Endrocrinologia e Metabolismo (Cuem), ospitato dal Centro congressi del San Raffaele. Il paper è frutto del summit che lo scorso anno ha riunito gli esperti internazionali – oltre 25 – in una tre giorni scientifica dedicata all’ormone del sole.”

Nonostante tutte le controversie che ruotano intorno alla vitamina D, il suo ruolo essenziale nella salute dell’osso è noto da oltre un secolo e, generalmente, quando si riscontra uno stato di ipovitaminosi D si interviene somministrando il colecalciferolo o altri precursori della vitamina D”, afferma Andrea Giustina, professore ordinario di Endocrinologia al San Raffaele di Milano e presidente Gioseg (Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group).

” La vitamina D “è un ormone strategico per la resistenza dell’osso – sottolinea l’esperto – in quanto un osso non correttamente mineralizzato è un osso poco resistente. La carenza di vitamina D determina appunto una ridotta mineralizzazione ossea e quindi la predisposizione a sviluppare fratture scheletriche”.

Ad oggi, il dosaggio sierico del metabolita circolante, la 25 idrossi-vitamina D, è considerato il gold standard per valutare lo stato vitaminico D e, nonostante vi siano diverse definizioni di ipovitaminosi proposte da diverse società scientifiche e istituzioni nazionali e internazionali, la sua concentrazione nel sangue è considerata, dicono gli specialisti, il miglior biomarker. Il consenso raggiunto dagli esperti che si sono riuniti l’anno scorso a Pisa è che valori di 25 idrossi-vitamina D inferiori a 12 nanogrammi per millilitro (ng/ml) riflettono una condizione sfavorevole per la salute ossea, un ridotto assorbimento del calcio, una scarsa mineralizzazione ossea e vengono associati a un aumentato rischio di rachitismo e di osteomalacia; solo  valori superiori a 20 ng/ml sono considerati sicuri e sufficienti per la salute dell’osso.

“Questo consenso è a suo modo storico – commenta Giustina – in quanto per la prima volta sono state individuate soglie ideali, e condivise dai più grandi esperti presenti all’interno della comunità scientifica, per definire una condizione carenziale o di insufficienza di vitamina D. Dato che nei vari Paesi a livello mondiale si utilizzano metodi di dosaggio diversi, è difficile mettere d’accordo tutti sui livelli al di sotto dei quali si possa parlare di ipovitaminosi D e al di sopra dei quali invece si possa parlare di una sufficienza di vitamina D. Non è solo un esercizio accademico, ma è fondamentale per intraprendere l’adeguata terapia. Perciò è stato importante” il traguardo raggiunto. “Questo non vuol dire che tutti i problemi in questo ambito siano risolti: infatti, se da un lato non abbiamo ancora raggiunto una standardizzazione a livello mondiale delle tecniche di misurazione, dall’altro dagli studi clinici ci arrivano talvolta risultati contraddittori spesso legati proprio alle soglie di intervento”.

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