Carrara, terra di marmi e di anarchici 

Terra bianca nei colori del suolo, grazie allo scintillare delle Alpi Apuane che le fanno da scenario, ma nera nell’anima. Un nero, però, particolare, mischiato in verità con il rosso, ovvero i colori della fede anarchica di cui Carrara è indubbiamente la capitale italiana, non me ne vogliano Ancona e Livorno. Si dice che durante il ventennio fascista Mussolini abbia preferito non mettervi piede. Per prudenza… Ci venne, però, in quegli stessi anni, il Re Vittorio Emanuele III, ma furono centinaia le persone che per precauzione finirono in cella. Il tempo necessario perché tutto filasse liscio. Al suo augusto papà, Umberto I, qualche decennio prima gli era andata male in quel di Monza, sempre per colpa di questi “tipacci”. Bella, linda, in collina ma non troppo lontana dal mare della Versilia e allo stesso tempo vicina alla “bottega”. Questo perché a Carrara si vive con la produzione del marmo che viene “cavato” qualche chilometro più a monte, sulla cima e nel ventre di quelle montagne che hanno sfamato e sfamano ancora oggi parecchie famiglie di minatori e marmorari. Un palazzo imponente in piazza Matteotti ha un’insegna inequivocabile: “Fai – Gruppi anarchici riuniti Carrara”. L’acronimo sta per Federazione anarchica italiana e dal 1945 la sede carrarese coordina tutte le altre sezioni presenti in varie ma non tutte città italiane. E poi, a ogni angolo lapidi e murales a ricordare i compagni di lotta. Ancora oggi al funerale di un vecchio anarchico si canta “Addio Lugano Bella” e il corteo che segue il feretro impressiona per colori e modalità.

Passo da Piazza Alberica dove i cavatori nei tempi andati si riunivano al mattino in un vecchio bar ristoro, dopo aver concluso il proprio turno di lavoro lassù nelle cave, bevendo vino e mangiando baccalà. Dura vita, durissimo travaglio, ovvio che qui abbia attecchito un ideale di libertà ed eguaglianza sociale, forte delle lotte occorse per migliorare le condizioni di lavoro. Il carrarese Gino Lucetti attentò alla vita del duce con una bomba a mano negli anni ’30. A lui è dedicata una piazza. Disconoscevo che gli anarchici qui hanno persino un cimitero a parte, dove è sepolto fra i tanti Giuseppe Pinelli, venuto giù da una finestra in anni difficili e bui della nostra repubblica.

All’ora di pranzo, non si può fare a meno di provare in prima persona la bontà dei “tordelli Apuani”, un tipo di pasta ripiena di forma semi-circolare ripiena di carne e timo. Il tutto avviene accanto al teatro degli Animosi, così intitolato per la particolare caparbietà dei soci fondatori nel realizzare l’opera, tanto da convincere il Duca di Modena che prima dell’Unità d’Italia qui comandava. Il passeggio finale sulla strada dello struscio di Via Roma è caratterizzato dal chiacchiericcio insistente sulle ultime notizie di cronaca nazionale. Nel giorno che sono capitato in città le locandine dei giornali locali danno la notizia che il nigeriano accusato di aver fatto a pezzi Pamela a Macerata, ovvero Innocent Oshegale, è stato a Carrara per ben sei mesi, tra la fine del 2014 e la prima metà del 2015 in un centro di prima accoglienza. E’ stato calcolato che per ospitare Innocent (stavolta nomen non omen) lo Stato italiano abbia sostenuto una spesa che supera le 50.000 euro…

Finisce la mia visita nella Apuania, targa automobilistica AU, che fu. Eh si, perché nel 1938 Carrara venne unita a Massa come comune, grazie anche all’interessamento di un gerarca del tempo di primo piano, Renato Ricci. L’intenzione era quella di creare un polo industriale di primo piano. La cosa durò fino al termine della guerra. Nel 1946 a guerra e regime concluso si ritornò al passato e ci si rimise pure una bella e di congiunzione fra Massa e Carrara che da quel momento furono divise da un trattino, “refuso” mai più corretto.

Antonio Virduci

Fonte: http://ilviaggioinitalia.altervista.org/%F0%9F%87%AE%F0%9F%87%B9-carrara-terra-di-marmi-e-di-anarchici-%F0%9F%87%AE%F0%9F%87%B9/

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