Ad un anno dalla morte del detenuto Antonio Saladino, avvenuto presso il carcere di Arghillà la sera del 18 Marzo 2018, mancano ancora verità e giustizia

Ad un anno esatto del decesso del detenuto Antonino Saladino, avvenuto la sera del 18 Marzo 2018 nel carcere di “Arghillà”, ancora restano sconosciute le cause della sua morte. Nelle scorse settimane, nella mia qualità di Garante Comunale dei diritti dei detenuti, ho depositato una memoria presso l’Ufficio del Sostituto Procuratore della Repubblica del Tribunale di Reggio Calabria, al fine di fornire tutte le informazioni utili che ho potuto assumere nell’esercizio del mie funzioni istituzionali. Per vero, dopo aver appreso del decesso in carcere del giovane detenuto Antonino SALADINO, la mattina del 21 marzo 2018, mi recai presso l’istituto penitenziario di Reggio Calabria-Arghillà, per assumere informazioni circa la dinamica dei fatti che avevano condotto alla morte del detenuto SALADINO Antonino, di appena trent’anni.

Appresi, pertanto, che durante la giornata del 18 marzo 2018, SALADINO, fin dal mattino, aveva lamentato di stare male e per tale motivo era stato sottoposto a visita medica già alle ore 11:00 e, essendosi aggravate le sue condizioni di salute, successivamente, le visite mediche di erano ripetute alle ore 15:30 ed alle ore 19:15. In particolare, proprio durante la visita delle ore 19:15, come risulta dal diario clinico del detenuto, emerse che SALADINO non riusciva ad alimentarsi e che era a digiuno da almeno 25 ore. Subito mi chiesi e chiesi spiegazioni del perché non fosse stato immediatamente chiamato il 118 per il ricovero in Ospedale, considerato che il ragazzo durante tutto l’arco della giornata aveva avuto continui episodi di vomitato; che non riusciva ad alimentarsi, giustappunto, da almeno 25 ore; che, evidentemente, era fortemente debilitato nel fisico; che, come risulterà ad un più attento esame (peraltro effettuato dai suoi compagni di cella), semplicemente alzando la tuta che indossava, risultava pieno di chiazze di colore viola sulle gambe ed anche sulle altre parti del corpo; che, da ultimo, come risulta dal diario clinico e come riferirono fin da subito all’unisono i suoi stessi compagni di cella e di sezione, SALADINO era stato male già a partire dal 5 marzo 2018, quindi, da almeno dodici giorni prima dell’evento morte, palesando una progressiva diminuzione di peso ed una evidente spossatezza che, con il senno di poi, risulteranno letali!

Per vero, va segnalato, che proprio dal diario clinico del detenuto, risulta un inspiegabile “vuoto” (dal 5/3/2018 al 18/3/2018) che, considerato l’evolversi degenerativo del perdurante malore di SALADINO, confermato dalla circostanza che il ragazzo non riusciva ad alimentarsi da “almeno 25 ore” prima del decesso, ma probabilmente anche da più tempo, risulta dirimente ai fini della più compiuta diagnosi circa l’effettività del malessere che lo avevo colpito, anche e soprattutto, in funzione di un possibile e tempestivo intervento sanitario, che magari avrebbe potuto salvarlo.

Restano, in effetti, senza risposta domande cruciali:

1) Poteva essere salvato SALADINO se si fosse intervenuto per tempo nella giornata del 18 marzo 2018 (giorno del decesso), chiamando cioè il 118 nel pomeriggio (alle 15:30 o alle 19:30, quando fu visitato e le sue condizioni di salute risultavano già preoccupanti, anziché aspettare le ore 23:26 per allertare il 118, quando oramai la situazione era definitivamente compromessa ?

2) Poteva essere salvato SALADINO se si fosse diagnosticato per tempo il suo malessere fisico, considerato che già diversi giorni prima del decesso aveva accusato perduranti malori, a partire almeno dal 5 marzo 2018 ?

3) Poteva, ancora, effettivamente, essere diagnosticato tempestivamente il malessere o la patologia (sulla quale peraltro l’autopsia non pare fare chiarezza in mancanza di dati sanitari certi relativi agli ultimi 12 giorni di vita del detenuto) che ha poi condotto al decesso di SALADINO ?

4) Da ultimo, come mai, nonostante i compagni di cella di SALADINO ed altri compagni di sezione dichiarino all’unisono che il ragazzo stava male da diversi giorni e che era stato sottoposto a diverse visite mediche durante i giorni e le settimane precedenti il decesso, di ciò, non vi è traccia alcuna nel diario clinico ?

Domande che ancora oggi, a distanza di un anno esatto dalla morte del ragazzo, rimangono tutte senza risposta.

Domande che, come detto, nella mia qualità di Garante, ho tutte rassegnato all’attenzione Pubblico Ministero che sta coordinando le indagini e che, per vero, sta continuando, scrupolosamente, a disporre ulteriori accertamenti nell’affannosa ricerca della verità.

Confido, pertanto, che si possa arrivare ad un doveroso approfondimento processuale, sia ben chiaro, non per “dare la caccia alle streghe” o inseguire colpevoli a tutti i costi, ma esclusivamente nel tentativo coscienzioso di tentare di dare risposte compiute alla madre ed alla sorella di SALADINO Antonino, che ancora oggi non conoscono le effettive cause della morte del proprio congiunto, ancor più, perché si tratta di una morte consumatasi oltre le mura di un carcere dove, evidentemente, lo Stato, che si incarica di custodire i reclusi, non può smettere di garantire verità e giustizia.

Reggio Calabria, 20 marzo 2019

IL GARANTE

Avv. Agostino Siviglia

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