09212014Headline:

    ANIME NERE

    settembre 19th, 2014

    Ha raggiunto il massimo riconoscimento dalla critica ed ancora si tratta di pochi giorni da quando è stato presentato al pubblico, in occasione della Biennale del Cinema di Venezia, il film di Francesco Munzi, Anime Nere. Un film che non lascia nulla ad intendere ma che arriva diretto allo spettatore come una cascata della realtà nera calabrese. Anime nere racconta uno spaccato socio-familiare sviluppato tra Africo, un paesino tra le pendici dell’Aspromonte e la grande metropoli dove le attività illecite della famiglia composta dai fratelli Luigi, Rocco e Luciano, attecchiscono nel modo più bieco possibile. Qualcuno potrebbe definirlo come la solita pellicola dalla retorica legata alla ‘Ndrangheta, ma – in verità – vi è molto di più nell’opera di Munzi. Ci si trova davanti ad una narrazione analitica che affonda le mani in un mondo antropologico che va oltre il solito cliché riportato dagli organi di comunicazione quotidiani. L’aspetto principale di Anime Nere vuole sottolineare le caratteristiche di tre uomini legati alla stessa terra, alla medesima connessione alla criminalità ma con dinamiche mai trattate fino ad ora. Di là dal film di genere vi è un’operazione filmica che sfrutta l’arte cinematografica su ogni versante, dalla fotografia al montaggio, dalla colonna sonora alla dura performance attoriale che mette in contrasto i componenti di questa storia nera. La realtà delle donne calabresi all’interno delle famiglie legate alla ‘Ndrangheta, donne “d’onore” che si rendono complici e donne che dicono “No!”. Un concetto, quello dell’onore, che si propina e si sviluppa in maniera differente tra gli uomini, che legano vendetta-riscatto-rispetto in un’unica soluzione criminale. Un continuo conflitto tra la morale e la “verità” in cui si è cresciuti, contrasto che ritroviamo nell’accostamento della vita rurale a quello dei frenetici affari di sangue delle grandi città. Un prezioso esempio di quel cinema che esalta e al contempo denuncia uno micro-mondo che domina il nostro tempo, il nostro Paese.

    Ilenia Borgia – Critica Cinematograficas