Elasticità del prezzo

Al termine del nostro precedente appuntamento abbiamo fatto riferimento alle diverse risposte del prezzo alle variazioni che possono intervenire all’interno dei diversi mercati. Il prezzo è direttamente proporzionale alla domanda, vale a dire che in un mercato di libera concorrenza, quando ci sia un numero crescente di consumatori che domandano una determinata merce, il suo prezzo tende ad aumentare. Analogamente, il prezzo è inversamente proporzionale all’offerta, per cui al diminuire delle quantità disponibili di quel determinato bene, il suo prezzo tenderà ad aumentare.
Ma c’è un’altra valutazione da fare nel rapporto prezzo – mercati, e riguarda l’elasticità. L’elasticità misura di quanto diminuisce o aumenta la domanda o l’offerta in relazione ad una determinata variazione del prezzo. E qui bisogna distinguere su quale tipo di bene si vuole ragionare. I beni di consumo di utilità elevata, quelli indispensabili per la vita di tutti i giorni, come il pane, hanno un’elasticità piuttosto modesta, se non inesistente. Ciò significa che il pane è talmente importante che anche se il suo prezzo dovesse aumentare di molto, le persone lo acquisterebbero ugualmente. Ma è così anche per i carburanti per autotrazione, benzina o gasolio. I beni superflui, al contrario, hanno una significativa elasticità rispetto al prezzo, per cui il consumatore, a fronte di un aumento di prezzo di un bene superfluo, evita di acquistarlo oppure ne acquista un altro che lo possa sostituire (esempio: il Grana Padano al posto del Parmigiano Reggiano). In taluni casi, inoltre, se il consumatore può aspettare, rinvia l’acquisto ad un periodo in cui il prezzo possa diminuire. Gli esempi a tal proposito possono essere due: il caso dei saldi di fine stagione; il caso della diminuzione del prezzo di taluni prodotti tecnologici, quando il brevetto è stato ammortizzato: basti pensare a quanto costava un paio di anni fa il televisore ultrapiatto a cristalli liquidi con digitale incorporato, e quanto costa oggi. Per i beni di lusso, infine, la curva è completamente anelastica, vale a dire che il consumatore, di fronte a variazioni di prezzo di beni appartenenti a questa categoria, non reagisce affatto.
Ma quest’ultima considerazione ci offre la possibilità di riflettere su di un altro aspetto che riguarda i beni di consumo: l’utilità. L’utilità, che potremmo definire come il grado di soddisfacimento dei bisogni individuali che un determinato bene reca al singolo consumatore, può variare da persona a persona in base ad una determinata scala di valori che ciascun individuo porta dentro di sé. Un individuo di cultura elevata e raffinata, per esempio, proverà grande appagamento dall’assistere ad un concerto di musica classica diretto dal maestro Muti, il cui biglietto costi – poniamo – 300 Euro. Ed anche se il prezzo dovesse salire a 400 Euro, costui continuerà ad andare al concerto, magari attirandosi le critiche di quanti non amano la musica classica e giudicano eccessiva la spesa.
Ecco, quindi, che il consumatore, che disponga di un reddito limitato, effettua la ripartizione del reddito medesimo in base all’utilità che determinati beni gli può dare. Ma di questo parleremo nel prossimo appuntamento.

Prof. Giuseppe Cantarella

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