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Carbone e Elettricità

20120417-231843.jpg18\04\2012 – Nella seconda metà dell’Ottocento, una nuova e rivoluzionaria invenzione si apprestava a cambiare il destino economico di molti Paesi: intendiamo riferirci all’invenzione dell’elettricità e dei motori elettrici. Siamo, quindi, nel pieno della Seconda Rivoluzione Industriale. Se nella Prima Rivoluzione Industriale i macchinari industriali venivano mossi dalla forza del vapore, ora gli stabilimenti sono dominati dalle macchine azionate da motori elettrici, per la cui invenzione risulteranno decisivi gli studi dell’italiano Galileo Ferraris. Ma come è possibile produrre l’elettricità? All’epoca della Seconda Rivoluzione Industriale, vale a dire nel corso degli anni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi anni del Novecento, l’elettricità si produce essenzialmente nelle centrali termiche alimentate a carbone e con le centrali idroelettriche. Di queste ultime parleremo in seguito, ora ci soffermiamo sulle centrali termiche a carbone. Il procedimento tecnico che sovrintende alla produzione di elettricità in una centrale termica a carbone è abbastanza semplice: il carbone viene fatto bruciare in una fornace, il calore prodotto dalla combustione riscalda l’acqua contenuta in una caldaia, che raggiungendo la temperatura di ebollizione, produce vapore; il vapore viene fatto passare attraverso un tubicino sottile, per cui acquista forza, una forza capace di muovere una turbina accoppiata ad un alternatore, che alla fine produce l’elettricità. E’ appena il caso di ricordare che il primo impianto industriale di produzione di energia elettrica fu quello realizzato dall’ingegnere Colombo, fondatore della Edison, presso il teatro di Santa Radegonda, a Milano, dove, nel 1883, fu realizzato il primo impianto termoelettrico d’Europa. Anche a Reggio Calabria venne realizzata una centrale termoelettrica, presso Rada Giunchi, lì dove oggi sorge il Lido Comunale lato Nord, grosso modo nei pressi dell’Hotel E’, da parte della Società Meridionale Elettrica: in qualche vecchia cartolina della nostra città, è possibile scorgere l’alta ciminiera della centrale. Una diramazione ferroviaria vi portava il carbone con i vagoni del treno. Ecco, il principale problema del carbone è la sua difficoltà ad essere trasportato. E tale difficoltà esiste ancora oggi che i mezzi di trasporto hanno compiuto significativi progressi rispetto al primo periodo. Per questo motivo solamente il 10 % della produzione mondiale di carbone (che, va detto, è saldamente nelle mani di Stati Uniti e Cina che da soli posseggono quasi il 60 % delle riserve mondiali di carbone) viene esportata, mentre il resto è consumato direttamente dai paesi produttori. Si stima che nel Mondo la percentuale di energia prodotta dalle centrali termoelettriche alimentate a carbone presenti un valore compreso fra il 23 % (nei paesi del c.d. Mondo Nord) ed il 28 % (Mondo Sud). Dal punto di vista tecnologico, il carbone presenta un potere calorifico abbastanza inferiore rispetto al petrolio; e bisogna considerare anche che si tratta del combustibile fossile più inquinante per unità di energia, anche se recentemente le nuove procedure produttive hanno ridotto considerevolmente le emissioni di particolato. Il carbone rimane, comunque, una fonte di energia ancora molto usata, soprattutto nei Paesi in ritardo di sviluppo economico. Recentemente è stato proposto di convertire il sito industriale di Saline Joniche della Liquichimica – Biosintesi in una centrale a carbone, da parte di una multinazionale svizzera. Da più parti si sono levati giudizi di dissenso contro questa idea, intanto perché il bilancio energetico calabrese è largamente in attivo, grazie alla idroelettricità che proviene dalla Sila, per cui non si vede la necessità di produrre altra elettricità; ma poi anche perché le popolazioni locali non gradiscono – giustamente – un elemento così inquinante sotto casa. Meglio sarebbe sicuramente realizzare, nel sito in questione, una serie di stabilimenti di riciclaggio delle frazioni di raccolta differenziata provenienti dai Comuni limitrofi.

Prof. Giuseppe Cantarella

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