Riceviamo e pubblichiamo
Bello lo struscio domenicale sul lungomare e sul corso Garibaldi della nostra città, dopo l’uscita della santa Messa! Chiedo perdono per la libertà di fantasia se alcune scene, a volte, mi spingono a ricordare i versi del grande poeta: Tutta vestita a festa la gioventù del loco lascia le case, e per le vie si spande; e mira ed è mirata, e in cor s’allegra. Ma, subito dopo, allontanata dalla mente la poesia leopardiana, si è costretti a prendere atto che l’allegria perde ogni senso e ancora meno la poesia, se obbligati ad ascoltare le colorite imprecazioni del malcapitato che, con orrore, si accorge di aver calpestato gli escrementi canini sconciamente sparsi sulle strade e sui marciapiedi della nostra città. Si raccomanda solo la massima attenzione ai bambini: non portare nulla a casa, sotto le scarpe.. Condurre a spasso i cani, sopratutto in via marina, è una vecchia e pur sempre sana abitudine, sia per l’uomo che per l’animale. Mi ricorda gli anno settanta ottanta, quando tutta la zona era dissestata per lavori di rinnovamento: iniziati e poi, come sempre accade dalle nostre parti, abbandonati per oltre 20 anni. Tutta la zona, utilizzata spesso come discarica, fra le tante cose brutte che vi si concludevano, sopratutto di notte in mezzo ai cantieri abbandonati, rimaneva il posto più idoneo per i bisognini del migliore amico dell’uomo. Poi le cose cambiarono, e quando finalmente quegli stessi luoghi cominciarono ad essere restituiti ai cittadini, disinvolti conducenti di cani, anche di grossa taglia e senza museruola, hanno pensato che nulla poteva impedire loro di allargare impunemente le loro passeggiate, spingendosi disinvoltamente sui prati verdi e nelle aree pedonali di tutto il centro città. A tutti non resta che abituarsi augurandoci che gli accompagnatori riescano sempre a tenere a bada queste creature, prima che diventino pericolose. Scopino e paletta sono considerate optional inutili. Una leggenda popolare vuole che incocciare certi escrementi sotto le scarpe porta fortuna. Non sembrano proprio dello stesso parere le coppie di sposi che, numerose, nelle belle giornate di sole, scelgono la via marina, con al seguito uno stuolo di invitati; tutti insieme alla ricerca di scorci caratteristici e suggestivi, utili per completare il servizio fotografico. Certamente si riterrebbero “sposi sfortunati” se, inavvertitamente, il velo dell’abito da sposa, spazzasse simili porcherie. Tutti sanno che è sempre utile ispezionare con attenzione le vie da percorrere. La nostra città, grazie all’impegno delle nuove istituzioni, sta cercando di valorizzare le bellezze paesaggistiche. Tutti noi vorremmo non pronunciare più l’antico detto: Vanno in Sicilia, mormorato con velata invidia e tanta tristezza, quando giornalmente siamo costretti ad assistere alla visione di allegre comitive di turisti diretti tutti all’imbarco di Villa S. Giovanni. E’ ora arrivato il tempo di farli restare questi turisti; insieme al nostro innato senso dell’ospitalità, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, è tempo di cominciare a valorizzare anche i nostri tesori più antichi come, ad esempio il clima, il mare e le montagne: patrimoni sufficienti per attirare e far sostare a lungo i vacanzieri. A proposito della buona ospitalità! Voglio invitare tutti a ricordare il periodo in cui eravamo diversamente poveri: allorquando lavorare la terra era l’unica risorsa per molte famiglie mentre alcuni problemi non esistevano frattanto che l’esistenza scorreva in ambienti spontanei e naturali. Colgo il pretesto per raccontare la giornata particolare di una famiglia contadina che viveva in campagna, in una casa colonica tutta allargata al pianterreno, situata in mezzo ai campi appena arati e ancora odorosi di stoppie, attorniata da tante galline starnazzanti sull’aia. Era arrivata la primavera e con essa la santa Pasqua, la buona e semplice massaia, dopo aver fatto accuratamente le pulizie (di Pasqua, appunto), restava in lieta attesa dell’avvenimento più importante della stagione: la visita del parroco per la benedizione della casa. Finalmente, come sempre all’improvviso, il buon parroco arriva, in calesse, con paramenti sacri e sacrestano a cassetta. Da orgogliosa padrona di casa, la buona massaia, facendolo sembrare un dovere, lo porta per ultimo nella camera da pranzo, quella, per intenderci, riservata alle grandi occasioni. Per devozione, certo, ma anche per un po’ d’innocente vanità, ( si trattava, pur sempre, della rara e tanto attesa occasione!) c’è distesa, con molta cura e in modo da coprire tutto il tavolo, una tovaglia finemente ricamata: la più preziosa del suo corredo da sposa. Sul più bello (mannaggia però) si accorge con orrore che lì, proprio sul pavimento pulito e per l’occasione anche passato a cera, un brutto escremento di gallina fa bella mostra di se; si sente disperata e confusa, non riesce nemmeno a concentrarsi per poter meglio accogliere la benedizione, che sente un po’ mutilata. Il buon parroco intanto, imperterrito e col solito buon senso, fa finta di non accorgersi di niente e continua con solennità la sua sacra funzione. Infine, è gradito lo stesso il cesto di uova, preparato in anticipo dalla devota per donarlo alla parrocchia che, dalle mani del sagrestano, finisce velocemente in una capiente cesta posta sul calesse e già quasi piena degli altri doni caserecci ricevuti, intanto che il parroco si schermisce educatamente, sia pure con debole convinzione. Fuori di metafora, questa massaia, con tutta la sua devozione, ci fa sorridere e non può che suscitare tenerezza e simpatia; è da considerare che era pur sempre difficile tenere a bada le galline in libertà, usi com’erano a cibarsi, sbattendo gioiosamente le ali, sull’aia e in giro per il cortile. Non si deve dimenticare, ancora, che quando c’è n’erano tante era un segno di tranquillo benessere. Tutto il contrario, invece, per quello che succede oggi nella nostra città; poca simpatia e niente tenerezza verso questi cittadini poco urbani non solo nei confronti della città, ma sopratutto verso se stessi, che non si adombrano per niente quando ricevono ospiti di riguardo, (i turisti nel nostro caso) anzi, restano indifferenti fino a far sembrare normalità, spettacoli poco edificanti. La città è, per tutti i cittadini del mondo, una seconda casa ed è accogliente e vivibile nella stessa misura in cui è amata e rispettata dai suoi concittadini..
r.f.