CENTRO STUDI

In attesa che riprendessero lezioni ed esami, Paolino trascorreva le calde giornate di settembre facendo compagnia a Nino. Non era in grado di aiutarlo a causa della malattia che gli rendeva difficile respirare e lo rendeva senza forze, ma gli faceva compagnia, mentre Nino si dedicava alla cura del giardino o delle bestie. Se ne stava sotto il grandioso albero di noci a leggere, macinava libri e giornali, che non gli mancavano mai, grazie sempre a Nino che non perdeva occasione di comprarglieli. L’albero di noci copriva la tettoia dello spiazzo antistante la stalla, ma copriva abbondantemente la stalla stessa, fornendo refrigerio anche alle bestie. Paolino se ne stava seduto su un vecchio dondolo, sotto la tettoia, leggendo ed ascoltando le imprecazioni di Nino, che così scherniva la dura fatica. Più in là, sempre sotto la tettoia un grande tavolo da 20 posti, che Nino aveva costruito con i resti di casse da trasporto, donatole da un suo amico grossista di mangimi, mentre alle spalle del dondolo una libreria molto grande, frutto anche essa della abilità manuale di Nino, raccoglieva moltissimi libri, grazie alle donazioni di tanti generosi amici di Paolino. Quell’ambiente, durante il periodo scolastico, avrebbe svolto la funzione di classe per il doposcuola che Paolino metteva in piedi per i ragazzini del paese, ma anche di luogo di incontro dei giovani che discorrevano del futuro, era in sostanza una sorta di centro studi.CENTRO STUDI

A Paolino piaceva l’odore della stalla, gli piacevano i suoni. Gli piaceva il rapporto di rispetto ed amore che Nino aveva con le bestie. Ad ognuna attribuiva un nome, quasi fossero esseri umani, e le chiamava ognuna con il suo nome, ci parlava, ci discorreva. Quando mungeva le sue mucche e le chiamava per nome, spesso, queste rispondevano con un gesto della coda abbassandogli il berretto sugli occhi, sembrava impossibile eppure Paolino ne era testimone. Nino con le bestie aveva il rapporto che non riusciva ad avere con gli uomini. Sempre arrabbiato e burbero, veniva evitato dai più. Dicevano fosse litigioso e violento e data la forza bruta di cui disponeva, in molti stavano alla larga, dal giardino, dalla stalla e da Nino.

Anche i proprietari del fondo se ne stavano alla larga. Avrebbero voluto mandarlo via, ma la vecchia Signora Genoveffa, matriarca della famiglia, voleva un bene infinito a zia Rosa, che era stata a servizio da lei prima di sposare zio Nato, per questo impediva che i figli trattassero male quei coloni. I proprietari quindi, mal sopportavano ed intrattenevano i rapporti, ufficialmente, solo con zio Nato, che risultava essere il colono di diritto, anche se di fatto, ormai, la colonia era mandata avanti da Nino. Ma i proprietari, il cui fratello maggiore era stato parlamentare dell’Uomo Qualunque, non amavano Nino per una altra ragione. Nino era comunista e ribelle nell’anima. Ripeteva sempre che quelle terre erano sue e non dei padroni, che prima o poi il proletariato le avrebbe conquistate. Non lo mandavano proprio giù. Ma la vecchia Signora stimava e rispettava Nino, diceva che era la persona più corretta che avesse conosciuta. Infatti Nino non nascondeva nulla del raccolto, i bergamotti venivano tutti pesati e divisi alla luce del sole, così come gli altri frutti e ciò che veniva coltivato. Così come il latte, che ogni mattina Nino, faceva recapitare a casa della Signora, quale quota per l’uso della stalla.

Zio Nato, che a causa della pregressa malattia ormai faceva poco, aveva l’impegno ogni mattina di partire prestissimo, subito dopo la mungitura delle tre di notte, per distribuire il latte ai clienti in città. Utilizzava un carretto trainato da Lina, la vecchia cavalla nera. La prima consegna era appunto in casa della signora Genoveffa, sul corso Garibaldi. Aveva le chiavi del portone del palazzo, apriva e lasciava il bidone di latte, dato che la famiglia era numerosa e la servitù altrettanto, ritirando quello del giorno prima, poi richiudeva accuratamente e riprendeva il giro. Rientrava per le nove, quando tutti si riunivano attorno al tavolo della cucina per la colazione, una sorta di pranzo, dato che lavoravano ormai da ore. Paolino vi partecipava, ma malgrado le esortazioni e gli inviti a mangiare anche lui, non ci riusciva, era inappetente, solo un bicchiere di latte caldo e qualche tozzo di pane duro. Era il cruccio di tutti. Non stava bene e non stavano bene i loro cuori. Nino allora col pensiero rivolgeva una preghiera. Si considerava un misero peccatore, peraltro comunista, quindi sapeva di non poter chiedere nulla. Ma era sicuro che se non avesse chiesto per se stesso, il Signore Misericordioso, lo avrebbe ascoltato. Pregava per la guarigione di quel ragazzo, pregava di essere custodito e conservato finché quel ragazzo ne avesse avuto bisogno, poi il Signore avrebbe potuto fare della sua vita, quello che riteneva. Preghiera strana, ma sincera. Anche per Nino, Paolino era la ragione di vita.

Poi il duro lavoro riprendeva per tutti, Nino, zio Nato, zia Rosa, Paolino leggeva. Ogni tanto si giustificava per non essere di aiuto, allora Nino, fingendosi arrabbiato, gli urlava che quello era il suo lavoro, doveva leggere, studiare, diventare il più bravo avvocato della città, per difendere i coloni, quando avrebbero strappato le terre ai padroni. Paolino faceva finta di credere alla arrabbiatura e si rimetteva a leggere e studiare, cosa che gli riusciva lieve, tanto amava il sapere.

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