L’abito nuovo

abitoPaolino doveva studiare, doveva studiare e diventare un grande avvocato. Doveva studiare per diventare il più bravo avvocato della città, per difendere i coloni, quando avrebbero strappato le terre ai padroni. Nino glielo ripeteva sempre e sembrava sincero, ma in cuor suo pensava che quello era l’unico modo per assicurare un futuro a quel ragazzo malaticcio. Non avrebbe potuto occuparsi del giardino e della stalla, troppo malato, troppo debole. Bisognava quindi investire tutte le risorse, tutte le fatiche, tutti i guadagni, senza risparmio per l’istruzione di quel ragazzo. Ma anche lo studio non era per tutti, era per i ricchi. Era costoso mantenere gli studi. Nino lo sapeva, per questo spendeva per sé solo pochi soldi, il resto lo depositava alla posta a nome suo e di Paolino. Quell’anno Paolino era di laurea, poi sarebbe andato a far pratica, ci voleva un abito nuovo. Non poteva presentarsi con i soliti vestiti appena andanti. Nino ne parlò con don Natale, il sarto del paese. Stabilirono che un fresco di lana blu scuro sarebbe andato benissimo. Allora Nino lo commissionò da subito. Paolino si sarebbe presentato, per augurio, alle prime lezioni di università, di quell’anno accademico, con l’abito nuovo, poi lo avrebbe indossato per gli esami e poi per la laurea. Paolino apprese dell’abito nuovo quando Nino lo portò da don Natale per la prima prova. Non desiderava quell’abito, non gli serviva, convinto più che mai che l’abito non fa il monaco. Era in imbarazzo, perché sentiva che per i suoi colleghi sarebbe stato un contrasto, con la sua povertà, quell’abito nuovo, non avrebbero compreso. Ma non voleva dispiacere Nino, sapeva quanto duramente lavorasse, sapeva che lo faceva per lui, lo sentiva come un fratello maggiore, quel fratello che non aveva avuto, ma che non gli mancava, dato che Nino colmava egregiamente quel vuoto. Don Natale era un abile sarto. Il vestito era perfetto. La camicia bianca fu confezionata dalla comare Teresa una vicina di casa, abile sarta anche lei. Nino ci mise l’asso, comprando una bellissima cravatta, senza battere ciglio per il prezzo, da Cristoforo Labate. Paolino provò il completo una domenica mattina, dopo la colazione, post stalla, quando dalla camera da letto si affacciò sulla porta del tinello, Nino esordì, seguito dagli altri, con un applauso fragoroso. Disse che con quell’abito tutti avrebbero compreso che, Paolino, sarebbe stato un futuro principe del foro. Paolino sentiva su di sé una grande responsabilità, ma sapeva che ci sarebbe riuscito, sia perché studiava duramente e gli riusciva bene, sia perché confidava sempre nella Provvidenza, che non lo aveva lasciato mai, lui e la sua famiglia. C’era un solo problema, la cattiva salute, ma con quella aveva imparato a convivere. Poi si affidava alla volontà di Dio, guardando e badando sempre agli altri, piuttosto che a sé stesso. Alla prova aveva assistito anche Angelica, la sua amica del cuore. Era contenta che adesso Paolino aveva un bell’abito, anche elegante, per presentarsi in facoltà. Angelica era la figlia della vicina Teresa, suo papà faceva il ferroviere. Angelica, quattro anni più piccola di Paolino, era cresciuta con lui. Paolino stravedeva per Angelica, sembravano fratelli. Anche zia Rosa e zio Nato la consideravano come una di famiglia e Nino faceva altrettanto, dato che si era affezionato a quella ragazzina ospitandola, con Paolino, nei pomeriggi di inverno nell’antistalla, dove un camino, sempre accesso, rendeva più semplice studiare. Paolino ed Angelica erano molto studiosi, avevano ottimi voti, anche se Paolino, come diceva Angelica, aveva una marcia in più, data dal suo tenersi aggiornato ed informato sulle problematiche politiche ed economiche, che approfondiva sui quotidiani ed al telegiornale. La prova era stata veloce, perché i due ragazzi dovevano recarsi in parrocchia, dove, prima della messa, avrebbero tenuto l’oratorio per i più piccoli. La domenica per loro era il giorno più bello, prima l’oratorio poi la messa. All’oratorio c’erano sempre una marea di bimbi, sia perché il sabato pomeriggio, al catechismo, Angelica e Paolino raccomandavano loro di essere presenti in chiesa il giorno seguente, sia per le gallette farcite di marmellata, che il parroco faceva distribuire loro dopo messa. Il parroco era molto anziano ed anche molto stanco ed aveva trovato nei due ragazzi una collaborazione insperata. Gli avevano fatto ritrovare la voglia di continuare, di manifestare il Vangelo, si fidava molto dei due e lasciava loro molta iniziativa. In effetti gestivano la parrocchia, dato che il parroco pian pianino ne aveva compresa la spiritualità e la dedizione al prossimo. Aveva confidato a zia Rosa, che, se fosse stato padre ed avesse avuto dei figli, avrebbe voluto che fossero come Angelica e Paolino, forse per questo li trattava come figli, aiutandoli anche finanziariamente, sia pure con discrezione, quando ne avvertiva il bisogno. Angelica, grazie al lavoro del padre ed alla abilità sartoriale della madre, vestiva sempre dignitosamente, forse, anche bene, per l’invidia delle sue compagne, anche quelle facoltose, che erano quasi la totalità della classe. Paolino invece, in parte perché non ci teneva, in parte perché erano zia Rosa e Nino a comprargli gli abiti, vestiva forse dismesso, forse antiquato. Ma lui non sembrava accorgersene, come non sembravano accorgersene i suoi amici, sempre attratti dal suo sapere, dalla sua bontà ed altruismo, e dalla calamita dei suoi occhi, trascurando di fermare l’attenzione sull’abbigliamento. Per la verità, all’epoca del liceo, qualcuno si era accorto che Paolino non poteva competere, quanto ad abbigliamento, con i compagni, tutti benestanti, era il professore di Greco. Stimava ed ammirava Paolino, ne ammirava la capacità di studiare ed essere impegnato in parrocchia, ma ne ammirava soprattutto l’altruismo. Una volta lui e la moglie, che non avevano avuto figli, lo avevano incontrato in Duomo. Paolino era stato talmente affettuoso ed interessato con la signora, che questa confidò al marito di essersi sentita quasi madre e di voler avere sempre notizie di quel ragazzo. Il professore lo riferì a Paolino che da quel giorno, ogni sabato mattina, prima di entrare a scuola, passava dal Duomo, dove incrociava la signora che usciva dalla funzione. La accompagnava a casa, vicino piazza Sant’Agostino, prendendola sottobraccio come una madre. La cosa continuò anche dopo il liceo, infatti quando poteva raggiungeva la signora al duomo. A Paolino questa attenzione fruttò una nomina in Diocesi, dove la signora aveva un ruolo importante, ed una influenza non indifferente sul Vescovo. Paolino non voleva accettare, ma il professore di greco, gli spiegò che non era una ricompensa per l’affetto che dimostrava alla signora, bensì l’opportunità, che la signora, voleva offrire alla Diocesi, di potersi avvalere della capacità e della spiritualità del ragazzo. Non poteva rifiutare quello che era un onere ed un servizio, piuttosto che un onore. Paolino accettò. Quando Nino apprese della nomina, si dimostrò infuriato, perché Paolino avrebbe trascurato lo studio, si sarebbe affaticato, lui sempre stanco a causa della sua malattia, avrebbe aiutato i preti, ladroni, contro la classe operaia. Paolino sapeva che Nino, in cuor suo era contento, ma non poteva schierarsi dalla parte dei preti, senza rinnegare i suoi ideali, allora gli spiegò che doveva occuparsi di carità e dei poveri, che la Diocesi stava organizzando un servizio di assistenza alle parrocchie per raccogliere le istanze dei poveri, dei bisognosi, e cercare di risolverle. Gli spiegò che la diocesi ed i comunisti volevano la stessa cosa, occuparsi degli ultimi. Allora Nino trovò una ragione per non dirsi contrario. Anche se affermò di non crederci, ma forse si doveva provare. Non solo, quando Paolino, dopo averlo convinto che la cosa era giusta, spiegò a Nino che un gruppo di giovani della diocesi doveva mensilmente andare in giro per parrocchie, sarebbe toccato anche a lui, allora questi offrì la disponibilità ad accompagnarlo, quando fosse difficile raggiungerle in autobus. E così fece, molte volte. Paolino, dal canto suo, conquistò sempre di più la stima del Vescovo, che anche se poteva sembrare distante dall’attenzione agli ultimi e vicino alla città influente, ai potenti, aveva uno spirito profondamente altruista e, come si diceva, “progressista”, quasi anticipatore degli esiti del Concilio.

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