di Ilenia Borgia – Se da una parte il problema “rifiuti” che affligge la città di Reggio Calabria, risulta preoccupante per via dei disagi che i numerosi cumuli che circondano i cassonetti comportano, dall’altra vi è una piaga assai più seria: la combustione dolosa della spazzatura. Logicamente, una città che soffre di un cattivo smaltimento dell’immondizia vede in essa una minaccia continua per le malattie che possono derivarne, ma anche la presenza di spiacevoli animali come i ratti, da sempre ritenuti i portatori numeri uno delle grandi e gravi epidemie. In questo caso, il ratto lascia il podio ad un “animale” un po’ più grande: l’uomo.
Nonostante i continui allarmi lanciati dagli esperti sulle gravi componenti tossiche e delle serie ripercussioni che derivano dai rifiuti bruciati, i cittadini si dividono tra coloro che vigilano attenti sulla selezione del materiale in modo da favorirne il riciclo e coloro i quali si limitano ad accendere un fiammifero come soluzione definitiva. Peccato che quest’ultima scelta d’azione sia un “harakiri”, un avvelenamento silente e inconsapevole. Non tutti sanno che la combustione dei rifiuti è produttrice di molti effetti tossici, ovvero, le famose diossine che permangono nel terreno e che possono essere acquisite dai prodotti alimentari che provengono da lì.
Tali sostanze una volta entrate a contatto con il nostro organismo iniziano a produrre effetti che si ripercuotono sul sistema endocrino, così come sono molte le testimonianze di effetti tumorali sull’uomo (Terra dei Fuochi docet). Dalla combustione arrivano altre sostanze nocive come i metalli pesanti e polveri fini, che facilmente penetrano nell’organismo causando problemi irreversibili. Un fenomeno doloso che si cela dietro un cassonetto carbonizzato.


