La Città negletta

visuale  Reggio CalabriaLo spunto risulta casuale, come molto spesso capita a chi vive in maniera emotiva questa vita. Ed il riverbero che ne deriva appare fin troppo logico, quasi sillogico. Siamo adusi, ormai rassegnati a vivere in una città negletta, le cui genti dimostrano scarso rispetto per il loro presente e nutrono una visione pessimistica del futuro. Ci avevamo provato a rialzare la testa e col solito atto di autolesionismo ci siamo genuflessi nuovamente al cospetto dell’invidia. I social network sciorinano notizie più o meno datate, mostrano commenti severi e altri indulgenti sulle venture della città ed avviene che da un dettaglio all’apparenza scontato maturino ragionamenti e pensieri anche profondi. Se poi, scorrendo il dito sullo screen del telefono, succede di scorgere un documento postato su Facebook il gioco è fatto e balza fuori la riflessione. Dura, spietata. Crudele quanto la conseguente domanda: ma è possibile che a scuola nessuno ci abbia mai parlato di questa cosa straordinaria? Sarà fede e ricchezza e sincerità tra Ateniesi e Reggini e alleati, saremo fedeli giusti e forti difensori secondo i patti. Recita così “Il Marmo Ateniese”, una tavola marmorea oggi conservata nel British Museum di Londra e datata 443 a.C. Con essa i due popoli sancivano una alleanza destinata a durare, un patto storico, il gemellaggio più antico che abbiamo mai sottoscritto. Possibile che arrivati a studiare l’antica Grecia in storia, ma anche in letteratura, a nessun professore di casa nostra sia venuto in mente di raccontare quanto era grande e importante la nostra città? Il riferimento è davvero casuale, perché percorrendo le vicende di Reghion, Rhegium, Reggio molteplici emergono i ragguagli nel passato circa la sua maestosità. Questo nascondere e misconoscere le nostre origini non può continuare. È un procedimento mentale indotto da decenni di imbarbarimento culturale e da un secolo e mezzo di mortificazioni e oltraggi perpetrati in nome della “disunità di Italia”, che ci hanno relegato ad un ruolo di marginalità che non può essere accettato di buon grado. Questo modo irrispettoso di trattare il nostro passato non deve perpetrarsi ancora e, presa coscienza di tutto ciò, grava sulle nostre generazioni l’obbligo morale di far sì che i nostri figli sappiano, realizzino concretamente, almeno loro, ciò che rappresentava e rappresenta la loro città. Forse è la strada giusta per inorgoglirli un po’, per provare a spezzare questa indolente autocritica feroce e avvilente. Questa ignominia tramandata e masochista. Cambiare la mentalità frustrata e rassegnata delle nostre genti non sarà facile, ma un umile e disperato tentativo di consegnare nelle mani dei nostri eredi una Reggio che crede in sé stessa va fatto. Una Reggio che non ripeta più quegli sciocchi stereotipi che noi tutti ci scambiamo incontrando per strada l’amico ogni giorno. Reggio e chi lavora in questa città deve credere nella propria professionalità, nella propria arte e nel rispetto delle regole. Deve tornare in noi l’orgoglio di fare parte di questa comunità, la volontà di difenderla da noi stessi. Rinascere il senso di appartenenza per dare segnali fuori dei nostri confini, valore ai nostri prodotti, più rispetto per ciò che siamo… o almeno per ciò che siamo stati.

Ernesto Siclari

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