Assassin’s Creed

La trasposizione cinematografica è un’operazione complessa e delicata. Uso con cognizione di causa questi due termini per definire tale lavoro poiché non è sempre facile portare sul grande schermo un film, un libro o (come da vent’anni accade) un videogame. Così come deve necessariamente essere delicato il procedimento di ‘nuova scrittura della storia’, perché il rischio di deludere le aspettative dello spettatore è davvero alto. Infatti, che lo spettatore conosca il progetto d’origine prima del progetto di destinazione, o che avvenga l’esatto contrario, chi cura la trasposizione di tale opera, deve andarci davvero cauto perché nella peggiore delle ipotesi ci si ‘gioca lo spettatore’. Questa premessa è doverosa vista la mia analisi sull’ultimo film dedicato alla trasposizione cinematografica, in questo caso, di un videogame di successo come Assassin’s Creed. Uscito nelle sale italiane il 4 gennaio scorso e prodotto dall’attore Michael Fassbeder, nonché protagonista della trama filmica, Assassin’s Creed, di Justin Kruzel, è il classico progetto cinematografico partito con tutte le migliori intenzioni, ma sviluppato con troppa rapidità e terminato con qualche elemento mancante. Come prima anticipato, lo spettatore che si trova davanti un lavoro di trasposizione cinematografica può essere di due tipologie: spettatore vergine oppure spettatore edotto. Nel primo caso è fondamentale che il progetto filmico legato ad una trasposizione, metta nelle mani dello spettatore più informazioni narrative possibili affinché egli possa delinearne il percorso senza difficoltà, garantendo così lo stupore della scoperta ed evitando di trovarsi coinvolto nel deficit narrativo legato alla non conoscenza del progetto originale. Nel secondo caso lo spettatore edotto sa già quali sono i temi, gli elementi narrativi chiave e le caratteristiche che possono comporre la trasposizione cinematografica di, nel caso di Assassin’s Creed, un videogame. Il rischio, per lo spettatore edotto è quello di rimanere terribilmente deluso dal risultato finale dell’opera, perché troppo distante dal progetto originale. In poche parole: il film può risultare debole per mancanza di elementi narrativi che il regista non sembra fornire ad uno spettatore vergine, mentre potrebbe risultare deludente per continue divergenze gioco/pellicola, senza soddisfare le aspettative alle quali lo spettatore edotto stava preparandosi. Quella che viene individuata in Assassin’s Creed, pare essere proprio una sorta di debolezza narrativa ‘ricca di mancanze’. E’, infatti, il ‘non detto’ che manda lo spettatore vergine nella confusione di chi riceve informazioni veloci a singhiozzo, restando estromesso da quella linearità che sembra essere dedicata solo allo spettatore edotto. Detto ciò, Assassin’s Creed è, a mio avviso, un buon prodotto cinematografico esclusivo, purtroppo, solo a chi è già entrato nell’Animus, mentre Fassbender resta sempre una garanzia!

Ilenia Borgia – Critico cinematografico

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