Procrastinazione: tra sfiducia e perfezionismo

“Non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi” è uno dei detti più conosciuti; eppure l’invito a dedicarsi ad un’importante attività, molte volte viene ignorato preferendo rimandare l’azione a un “dopo”, che però spesso significa troppo tardi o mai. Sebbene si abbia la percezione che posticipare sia una scelta, in realtà esistono chiari motivi, diversi dalla nostra volontà, che ci spingono a procrastinare. Tra questi: la disgregolazione emotiva ed il perfezionismo. Nel primo caso preferiamo rimandare a data da destinarsi perchè anche solo l’idea di dover svolgere quel determinato compito, genera in noi uno stato di attivazione neurovegetativa (comunemente detta ansia) tanto intensa da farci orientare verso la più utile strategia a breve termine: l’evitamento. Così ci dedichiamo ad altre attività, fingendo che siano più urgenti, quando in realtà sono semplicemente utili distrattori. Per il momento il problema si dissolve (talvolta viene dimenticato)e l’ansia diminuisce: possiamo così continuare a dedicarci a ciò che preferiamo. E anche se le cose che dobbiamo fare, rimangono lì a guardarci in attesa di colloquio, noi abilmente le ignoriamo. Al contrario dell’emotivo, il perfezionista si illude che “dopo sia meglio”. La credenza è che per avere la garanzia che il risultato sia eccellente, ci si debba impegnare solo in condizioni favorevoli. Così nel frattempo che la realtà magicamente si predisponga, non resta che attendere. Ci sarà sempre il giusto lunedì, il prossimo mese, un altro anno: comunque meglio non cimentarsi in una cosa, se non si è sicuri del risultato. Questa mancata esposizione ci assicura, è vero, di non imbatterci in un eventuale senso di fallimento con correlata emozione negativa, ma il compito non lo svolgiamo. E se a breve termine, procrastinare, ci permette di evitare di vivere qualche condizione spiacevole, la stessa strategia non ci tutela dalle emozioni secondarie. Rabbia e senso di colpa tra le più diffuse: a lungo termine, dunque, il sistema non funziona. Cosa fare allora? – Interrogarsi sulla motivazione al cambiamento. Sentire dentro di sè la risposta alla domanda: “Quanto è importante per me impegnarmi in questa attività?” – Riconoscere gli ostacoli soggettivi e quelli oggettivi – Fronteggiare con efficacia gli stati emotivi dolorosi (alcune tecniche: sintonizzazione del respiro, strategie di gestione e tolleranza della sofferenza, ristrutturazione cognitiva). Questi passaggi permettono di focalizzarci sul compito, promuovendo la presa di coscienza su cosa vogliamo fare, su dove vogliamo andare. Ma di certo il passaggio cruciale è agire, iniziare, da un piccolo passo: d’altra parte, per ogni scala c’è sempre un primo gradino da salire.

Olga Iiriti

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