Una ricercatrice italiana in Arabia saudita: storia di un cervello in ” viaggio”

A Thuwal, un villaggio di pescatori , sito alle porte della Mecca, la città sacra dell’Arabia Saudita, c’è l’Universita’ del Re Abdullah: uno dei gioielli nel mondo accademico, inaugurato nel 2009, e che ora ospita studenti da ogni angolo del pianeta. Una delle università più avanzate al mondo, una comunità scientifica completa che accoglie centinaia di italiani tra professori, ricercatori e studenti.Il ramo delle bioscienze è guidato da professori italiani. E anche in  altre facoltà sono presenti ragazze e ragazzi che hanno lasciato il bel Paese per inseguire il sapere. E per avere qualche riconoscimento in più. Tra loro c”è Valentina Carboni che respinge l’etichetta di “cervello in fuga”, preferendo quella di “cervello in viaggio”. Si occupa di “sintesi di nuovi materiali organici porosi”. “Sono nata e cresciuta in un piccolo paesino dell’entroterra marchigiano. Si chiama Castelplanio ed è il Paese di origine di Carlo Urbani, il medico che scoprì il primo caso di Sars”. Si presenta così. Il resto lo fa raccontare da un lungo elenco di traguardi: laurea in chimica e specializzazione in “sintesi organica” all’Università di Camerino; dottorato e post doc in chimica incentrato in fotochimica e chimica supramolecolare all’Università di Bologna ed un’esperienza di sette mesi all’Universita’ di Montreal in Canada. Infine, dall’ottobre 2016, è di “stanza” in Arabia Saudita. L’ateneo sul Mar Rosso si estende su una superficie di oltre 36 chilometri quadri, con tanto di museo, santuario marino e centro ricerche. E’ aperto ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. La popolazione studentesca proviene da oltre 60 nazioni, il 69% degli studenti è internazionale e il 31% è’ arabo saudita.Valentina Carboni, nonostante la fuga, non se la prende con il sistema universitario italiano: “Ciò che ammiro tantissimo dell’Italia è che siamo in grado di fare una ricerca di alto livello con risorse limitate – spiega -. Ma ovviamente non si vive solo di intenzioni, la mia alternativa sarebbe stata quella di fare la disoccupata in Italia. La mia comunque non è una fuga, perché si fugge davvero da guerre e carestie, da situazioni che sono nettamente peggiori rispetto a non trovare l’occupazione ideale”. Forse anche per questo la ricercatrice italiana non nasconde la sua “ammirazione” per chi “decide di restare in Italia facendo innumerevoli sacrifici. Io ho fatto una scelta diversa che comporta altri sacrifici e come me migliaia di giovani a cui purtroppo il nostro Paese ancora non è in grado di dare risposte”.Anche per questo Carboni è decisa a partecipare al voto, anche da lontano. “E’ un diritto a cui non voglio rinunciare – spiega -. Vorrei che però ci fosse una nuova classe dirigente, non per forza esclusivamente giovane perché ritengo l’esperienza necessaria ma lo è altrettanto la freschezza delle idee”.

 MS

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