Anziani: il cervello non smette mai di produrre nuovi neuroni

“L’ ippocampo, la struttura cerebrale situata nel lobo temporale, si distingue dalle altre regioni del cervello per una particolarità: è lì che si generano nuovi neuroni per tutta la vita dell’individuo.“Nell’ippocampo si formano nuovi ricordi sul ‘che cosa, quando e dove’, quelli che ci permettono di orientarci e muoverci nella realtà”. “E’ decisiva per la formazione di nuovi neuroni, la neurogenesi, cioè il processo di formazione di nuove cellule nervose da cellule staminali neurali o da cellule progenitrici  ”. E’ sempre stata una questione controversa se gli esseri umani adulti fossero in grado di sviluppare nuovi neuroni: alcune ricerche avevano suggerito che il cervello degli adulti fosse rigido e che dopo una certa età non si potessero formare di nuovi . Contrordine. Un team di ricercatori americani diretti dall’italiana Maura Boldrini, mostra per la prima volta che uomini e donne anziani e sani possono generare nuove cellule cerebrali proprio come le persone più giovani.  Lo studio pubblicato su ‘Cell Stem Cell’ contraddice quello che, per un certo periodo, è stato considerato un dato di fatto.Secondo Boldrini, associata di neurobiologia alla Columbia University, i risultati potrebbero suggerire che molti anziani rimangono più ‘solidi’ cognitivamente ed emotivamente di quanto si creda. “Abbiamo scoperto che le persone anziane hanno la capacità di produrre migliaia di nuovi neuroni  da cellule progenitrici dell’ippocampo – la struttura del cervello utilizzata per emozioni e cognizione-  proprio come fanno i più giovani”, dice Boldrini. “Nostante, gli individui più anziani formino meno vasi sanguigni nuovi all’interno delle strutture cerebrali e possiedano un pool più piccolo di cellule progenitrici, discendenti delle staminali , le quali sono più limitate nella loro capacità di differenziarsi e auto-rinnovarsi, la continua neurogenesi dell’ippocampo è in grado di sostenere la funzione cognitiva umana  per tutta la vita . Un eventuale, possibile declino potrebbe essere collegato invece a una resilienza cognitivo-emotiva compromessa”, afferma la studiosa.

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