Etiopia. Riformata la legge sui rifugiati, per l’Onu è un modello

Promessi più diritti, e confine con Sud Sudan è già laboratorio. (DIRE) 29 Gen. – Un voto “storico” per l’entrata in vigore di un provvedimento tra i piu’ “progressisti”: e’ il giudizio espresso dalle Nazioni Unite dopo il via libera definitivo in Etiopia a una legge che mira a favorire l’integrazione dei rifugiati. Secondo Unhcr, l’agenzia specializzata dell’Onu, il testo prevede la libera circolazione dei rifugiati, l’accesso all’istruzione primaria, l’integrazione dei sistemi di registrazione civile (certificati di nascita, morte e matrimonio), il rilascio di permessi di lavoro e o di patenti guida e altri diritti prima non riconosciuti. Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha scritto su Twitter: “L’Etiopia non solo onora i propri obblighi internazionali in materia, ma funge da modello per gli altri Paesi che ospitano rifugiati”. L’Etiopia ospita quasi un milione di rifugiati, perlopiu’ sudsudanesi, eritrei, somali, sudanesi e yemeniti. Il governo di Addis Abeba si e’ impegnato sul Global Compact, il patto globale sui Rifugiati, ben prima che il mese scorso il testo fosse adottato al vertice di Marrakesh. Gia’ nel 2016 l’Etiopia aveva dimostrato la propria disponibilita’ rispetto alla Comprehensive Refugee Response Framework (Crrf), ossia il quadro globale per rispondere al problema dei rifugiati a beneficio sia dei rifugiati che delle comunita’ ospitanti. Allora il governo di Addis Abeba aveva presentato nove impegni da portare avanti in casa propria. Tra questi la promessa di riformare la legge del 2004, la Proclamazione in materia di rifugiati (Refugee Proclamation), in conformita’ degli standard internazionali.  Con queste premesse si e’ giunti a una riforma delle politiche nazionali che riguardano i rifugiati in conformita’ ai trattati internazionali e regionali, tra cui la Convenzione di Ginevra (1951), la Convenzione dell’Organizzazione dell’unita’ africana (1969) e la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (1981) entrata in vigore nel 1986. Per la Banca Mondiale, che ha sostenuto la legge, le riforma era “conditio sine qua” per accedere ai fondi gia’ previsti per i progetti di integrazione socio-economica, anzitutto per la creazione delle opportunita’ di lavoro attraverso parchi industriali. Il governo di Addis Abeba aveva imposto riserve nelle sue leggi nazionali, che ora ha dovuto superare per adeguarsi al modello di accoglienza promosso da Unhcr, anzitutto rispetto alla liberta’ di circolazione e al diritto all’istruzione. Nel contesto africano l’adozione della nuova legge da parte del parlamento etiopico sarebbe “storica” e anche “una pietra miliare simbolica” per altre ragioni altrettanto importanti del continente. L’approvazione del testo ha anticipato il 50° anniversario della Convenzione dell’Organizzazione dell’unita’ africana per i rifugiati (1969), un documento che mette in rilievo le specificita’ del continente in materia dei rifugiati. Nel 2019 ricorre anche il 10° anniversario della Convenzione per la protezione e l’assistenza degli sfollati interni in Africa. L’Unione Africana ha anche dichiarato il 2019 “anno dei rifugiati”. L’Etiopia, che ospita la sede dell’Ua, potra’ essere un punto di riferimento e confronto per gli altri Paesi che pure ospitano un gran numero di rifugiati – dal Ciad a Gibuti, dal Kenya al Ruanda, dall’Uganda allo Zambia – che stanno applicando il Crrf, ossia il Patto globale che necessita’ riforme delle leggi e delle politiche nazionali in materia di rifugiati. In Etiopia, pero’, la riforma che prevede l’integrazione locale dei rifugiati non piace a tutti. Sarebbe il caso della comunita’ anuak, della regione di Gambella, dove sono arrivati molti sudsudanesi di etnia nuer. Anuak e nuer hanno sempre avuto conflitti e l’arrivo dei rifugiati ha cambiato l’equilibrio demografrico. Oggi gli anuak si sentono una minoranza a casa loro. Secondo alcuni membri della comunita’, la nuova legge e’ una minaccia alla loro soppravivenza, anche perche’ molti sudsudanesi circolerebbero armati. Dal momento che i rifugiati resiedono nelle regioni piu’ remote e meno sviluppate dell’Etiopia, dove le risorse sono piu’ esigue, l’integrazione degli stranieri potrebbe provocare un’escalation delle tensioni e conflitti inter-etnici se non si prenderanno misure per sensibilizzare i leader e le comunita’ ospitanti. Secondo alcuni osservatori, situazioni del genere non vanno sottovalutate perche’ nel lungo termine potrebbero degenerare in conflitti. La loro tesi e’ che sia necessario intervenire per combattere la xenofobia nei confronti dei rifugiati, spesso percepiti come privilegiati. Ci sarebbe poi l’esigenza di educare le comunita’ al rispetto e alla pace promuovendo l’accettazione delle differenze. In questo senso, il caso degli anuak potrebbe essere un laboratorio, indicativo anche per quello che accadra’ in altre regioni dell’Etiopia e in altri Paesi dell’Africa.

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