Alle Muse il sistema carcerario tra giustizionalismo e misericordia

Il presidente Muse Giuseppe Livoti, Mons. Giacomo d’Anna, dott. Giuseppe Cartella, avv. Francesca d’Agostino, dott. Emilio Campolo

Una domenica, volta a capire meglio quello che è il sistema carcerario reggino ed in Calabria, in occasione dell’ultima pubblicazione di mons. Giacomo D’Anna, parroco della chiesa di San Paolo alla Rotonda che ha dato alle stampe “Una Voce da dentro…l’esperienza di una presenza in carcere”. Un testo di grande attulità ha dichiarato il presidente Muse Giuseppe Livoti in apertura di serata, scritti utili a capire come sia cambiato il sistema carcerario attraverso le ultime riforme. L’avvocato e vice presidente Muse Francesca d’Agostino salutando l’uditorio si è soffermata su come sia difficile gestire il mondo carcerario oggi ed a livello nazionale, il sovraffollamento crei disagio alla dignità del carcerato. Un libro con una intensa introduzione di Vittorio Mondello – arcivescovo emerito di Reggio Calabria – Bova, che ricorda come spesso si parla delle carceri come di strutture fatiscenti, cattive situazioni di vita dei carcerati, leggittimità delle pene in attuazione delle leggi dello stato, della carenza di personale mentre ora si tenda al raccordo tra legge e misericordia. Tredici anni di attività quelli svolti da mons. Giacomo D’Anna, anni raccontati e vissuti attraverso le letture del “Laboratorio interpretativo” con Clara Condello e Marcella Falcone che hanno fatto memoria di scritti definiti solo da “Numeri di Cella” necessari a capire l’umanità di luoghi lontani dalla vita di ogni giorno. Il responsabile dell’Area Pedagica Casa Circondariale di Rc il dott. Emilio Campolo si è soffermato sul cambiamento che vede oggi il mondo cacerario non piu’ come fino al 1975 dove le figure del direttore, del maresciallo e del cappellano avevano una funzione sociale. La riforma ha portato un cambiamento, la possibilità per il detenuto di ricominciare a vivere, essendo amici del detenuto e non guardiani di pesone. Il sistema si è evoluto, oggi si fa anche cultura in carcere: istruzione, lavoro ed attività collaterali, insieme all’aspetto religioso, appartengono a questo rinnovamento che hanno anche visto negli ultimi anni, rinnovare strutturalmente e architettonicamente gli spazi all’interno del carcere di San Pietro. La figura del cappellano è una figura intesa come quella di un impiegato dello stato, un lavoro a tutti gli effetti ma, che vede l’organizzazione delle attività religiose ed il rafforzo dei rapporti personali tra la famiglia e l’istituzione. Giuseppe Cartella – neuropsichiatra e primario Neurologia Policlinico Madonna della Consolazione Rc, è partito nel suo intervento dalla sua esperienza precedente come consulente al Carcere di Locri per circa dieci anni curando aspetti tra il clinico e medico legali. Nel tempo attuale, dice Cartella, fa notizia chi esce dal carcere e continua a delinquere ma, esiste una parte sana, ovvero detenuti che godono di permessi e svolgono una buona condotta, ma non fanno notizia. Da neuropsichiatra ribadisce Cartela, occorre sempre stare all’erta, vigilare sul detenuto in caso di allucinazioni, pensieri, deliri, disturbi della personalità. Chi oggi va in carcere è un uomo, una donna non “riconosciuti dalla società” quindi potenzialmente arrabbiati con cio’ che li circonda. Il carcere è luogo di speranza ha ribadito con fermezza mons. Giacomo D’Anna, luogo di sentimenti e puo’ anche intendersi come luogo che cerca di custodire e preservare, ma anche formare. Il recluso è colui il quale viene considerato così perché la società ha trovato la sua pericolosità. Ma vi è tempo per rinascere a nuova vita poiché la dignità va al di là del reato commesso.

Il mio ruolo nel carcere è figura vera, non siamo canonici delle Cattedrali, ma di poveri preti che prenderemmo, potendo il posto di ciascuno, per liberare le celle e incacerarci per sempre. Speranza e odio convivono in carcere e con l’esperienza, ho capito cosa sia e quanta forza abbia la speranza.

Abbinata alla presentazione la collettiva d’arte “Corde e Legami” – voluta ha detto Livoti, per indicare che esistono forme di violenza psicologica e fisica e l’atto gestuale degli artisti delle Muse e di Arte Club Accademia di CZ ha posto l’ attenzione sul –nodo- centro nevralgico, vitale dalla potenza simbolica che ha identificato nel tempo l’immortalità, il divino ma anche l’umano segno inconfondibile dell’antico adagio ermetico di “cio’ che sta in alto è come quel che sta in basso”. Le opere di Marisa Scicchitano, Mirella Bruni, Ileana Mauro, Ornella Cicuto, Lia Antonini, Mimma Gallelli, Santina Milardi, Francesco Logoteta, Grazia Papalia, Pierfilippo Bucca, Manuela Lugara’, Daniela Campicelli, Antonella Laganà, Adele Leanza, Maria Teresa Cereto, Gabriele Marsico, Rossella Marra, Cristina Benedetto si potrenno vedere per tutto il mese di novembre, il martedi ed il giovedi mattina, mentre gli altri giorni di pomeriggio.

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