Mons. Vincenzo Bertolone: “Dalle parole alla Parola”

«Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo quel giorno comincia a vivere»
Il bel pensiero di Emily Dickinson, poetessa americana del XIX secolo, incornicia il tempo che arriva, la Giornata della Parola di Dio, istituita da papa Francesco con la Lettera apostolica in forma di Motu proprio “Aperuit illis”. Già nel documento “Misericordia et misera” il Pontefice aveva invitato a pensare a una «domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene dal dialogo costante di Dio con il suo popolo». Insomma, un momento di riflessione sulla centralità della Scrittura nella vita del cristiano e della Chiesa, come pure sulla necessità di trasformare la conoscenza in vita, chiamando i sacerdoti a farne risaltare la ricchezza nelle omelie. Una scelta opportuna, per una società che ha trasformato il dialogo ed il confronto in continua schermaglia dialettica, all’insegna dell’aggressività e della brutalità. Non a caso noi definiamo pietre le parole, dal momento che esse possono incidere notevolmente sulle relazioni interpersonali e sociali, sempre più spesso in negativo per la loro intrinseca fragilità e fugacità, combinata all’umana inclinazione a dimenticarle. La Parola, invece, è eterna. Essa, prima di ogni cosa, è una Persona, è Dio stesso. Un Dio che non è muto, come gli idoli che hanno bocca e non parlano, ma un Dio che proprio per mezzo della Parola si manifesta. E come la spada serve a separare, così la Parola divina separa il bene dal male, giusto e ingiusto, sacro e profano, santità e peccato, bontà e malvagità. In un mondo sperduto tra le parole dei media e dei social, allora, la Parola resta unica via d’accesso a verità e salvezza: abbiamo bisogno di una voce che non sia sempre e solo la nostra, spesso scaduta a chiacchiera futile e vana, ma che provenga dall’alto, abbia il sigillo dell’immortalità, della solidità, della certezza; che non annebbi l’anima, non la raggeli nella paura o nell’ insensibilità, ma la rinnovelli, le dia vigore, e la ravvivi. Per riuscire a farla propria, poi, sono necessarie semplicità ed obbedienza in chi ascolta, ma anche chiarezza e amore in chi la pronuncia. Il grande scienziato Galileo Galilei affermava che «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi!» e ricordava che il predicatore deve appuntare i concetti,  sintetizzarli, assimilarli. Ripeteva che più ci si prepara, più si è incisivi, brevi e bravi. «Un’omelia senza preparazione è come un aereo che plana, plana, ma non riesce ad atterrare», annotava nel 1950 il sacerdote don Giuseppe de Luca, cercando di scuotere il vecchio clero della sua natia Lucania. E nel farlo consegnava alla storia parole attinte dalla Parola, che valgono ancor oggi: «Quando un prete predica è come quando / un innamorato scrive / un esploratore fa il suo rapporto / un dotto dice le sue cose / un poeta dà la versione ultima ed unica / di tante sue interne e discordanti modulazioni / di ore, di giorni, di mesi, forse di anni».
+ Vincenzo Bertolone

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