La vita dei medici al tempo del coronavirus…

La vita è strana, a volte improvvisamente ti porta a meditare e ti spinge a conclusioni drastiche, da ultima occasione, per intenderci. Questa è la riflessione che mi viene spontanea, in questi giorni casalinghi, pensando alla mia professione, quella del medico e di tutte quelle, più in generale, che si occupano di sanità. Ormai da quasi un mese non siamo più medici, specialisti, primari, specializzandi, infermieri, oss, siamo tutti EROI. Siamo i più grandi, i migliori, quelli che rischiano la vita per salvare i pazienti. Quelli che non mangiano, non si spogliano delle loro tute, non dormono perché hanno da lavorare, devono salvare i pazienti e non possono perdere tempo. Siamo tutti professionisti, che pur non avendo sufficienti DPI, pur non essendo provvisti di mascherine, guanti, occhiali e quant’altro possa aiutare a proteggerci da eventuali contagi, continuiamo a lavorare non curanti del pericolo e solo per salvare i pazienti.

Fino al 31 Gennaio però eravamo quelli che andavano a lavorare solo per aspettare il 27. Eravamo quelli che andavano negli ospedali e nelle strutture a reclutare pazienti per farli passare dagli studi privati per ingrossarci il portafoglio. Sempre noi quelli che cinque minuti prima che scadesse l’orario del turno di servizio eravamo già spogliati del camice e con la chiave della macchina pronta per andare via. Per molti non rispondevamo al telefono durante le ore di servizio per non avere rogne. Quando un paziente non superava la fase critica e trapassava, era successo sicuramente per “COLPA” nostra. Negligenza, imperizia, imprudenza, sicuramente almeno una delle tre a far succedere l’accaduto, perché fino a qualche giorno prima il paziente stava bene, non aveva niente, camminava, parlava, mangiava era sano come un pesce. E non importa se negli ultimi decenni fosse diventato iperteso, diabetico, cardiopatico vasculopatico cerebrale; e neanche se all’anagrafe fosse registrato dal 1930 e oltre. Sicuramente a determinare la sua morte era stata o una nostra azione o una nostra omissione. Un periodo strano questo, pieno di angoscia ed incertezza per il futuro, ma che sicuramente ci ha indotto alla riflessione. Riflessione che deve spingere la nostra categoria a pretendere un CAMBIAMENTO.

Il Day after dovrà essere diverso, noi dovremo essere diversi, gli Ordini dei medici dovranno essere diversi così come lo Stato. Nessuno dovrà pensare al medico come un eroe, così come nessuno dovrà pensare che l’errore medico possa ancora essere considerato un reato da punire penalmente. Nessun medico svolge la sua professione per essere considerato in futuro un eroe, ma allo stesso modo nessun medico svolge la propria professione con la consapevolezza di mettere a rischio la salute dei propri assistiti. Quando tutto sarà finito, questo dovrà essere il primo impegno del Legislatore per ringraziare ed onorare tutti quei medici e quegli operatori sanitari che hanno perso la vita durante l’esercizio della propria professione. Quindi nessun applauso per noi perché non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che siamo abituati a fare da sempre.

Saverio Laganà

Medico specialista, stanco di combattere contro le ingiustizie

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