Non c’è liquidità: cresce l’"allarme" mafia - Ilmetropolitano.it

Non c’è liquidità: cresce l’”allarme” mafia

di Peppe Giannetto – Il lockdown prolungato ha messo in crisi molte imprese e il rischio usura tra marzo e aprile è aumentato del 30% e a maggio potrebbe addirittura sfiorare il 50%, con il concreto rischio anzi con la grande probabilità che alcune attività possano essere soccombenti alla criminalità organizzata. Il ricorso a prestiti di usura è molto più che un rischio, è una realtà, più sfilano i giorni e più permane questa situazione che vede da un lato il crollo delle entrate e dall’altro le uscite che continuano a galoppare, come quelle per i canoni di locazione, i versamenti per i dipendenti, i fornitori e le utenze. Una fase 2 durissima per tutte le aziende, con la disponibilità di soldi che faticano ad arrivare nonostante le “famose” garanzie al 100 per cento e con le riaperture ma che non hanno riportato finora i consumatori. L’allarme – lanciato ieri dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese – è che a sfruttare l’occasione siano le organizzazioni criminali. Il quadro che si mostra davanti al governo e che trovate le risorse dopo il «congelamento» delle regole di bilancio dell’Unione Europea ora deve fare i conti con la burocrazia della macchina pubblica, con i funzionamenti dell’apparato bancario e con un sistema economico che soffre terribilmente nel ripartire. «Le organizzazioni criminali – avverte la Lamorgese – sfruttano qualunque opportunità utile, ora è il turno dell’emergenza dovuta alla pandemia», che gli ha creato un terreno ideale e fertile «per occupare spazi di mercato». Con i soldi dell’usura, e con l’acquisizione delle attività in crisi intercetteranno anche il gigantesco flusso di liquidità dei soldi pubblici». Una consapevolezza che manifestano con coscienza anche Salvini e la Meloni e tutto il Centrodestra: «Le mafie si alimentano e si sostentano sulle difficoltà dei cittadini. Di fronte alla pandemia che sta deteriorando e nuocendo al tessuto occupazionale e all’ impianto produttivo, il riscontro dello Stato dovrà essere energico, rapido e marcato».

È soprattutto la criminalità organizzata a premere sull’amministrazione centrale per far arrivare risorse al sistema produttivo. I calcoli del Mediocredito centrale puntualizzano in 357.690, 16 miliardi in valore, le richieste giunte al Fondo di garanzia al 22 maggio: di cui 322.997, per oltre 6,7 miliardi, attribuite solo alle erogazioni per le pmi e microimprese fino a 25.000 euro con garanzia al 100% riconosciuti automaticamente e dove i prestiti, sulla carta, andrebbero concessi senza aspettare istruttoria. Solo il 22 Maggio, l’ABI ha registrato 28.000 domande, per un miliardo di euro, al Fondo di garanzia. Cifre «importanti e crescenti» che vanno addizionati a quelli assai maggiori delle proroghe sui prestiti a famiglie e imprese. Eppure lo scontento resta elevato: ancora manifestazioni, ieri a Milano, contro le «misure totalmente insufficienti e intempestive del potere centrale».

Il “super-ministro” dell’Economia Roberto Gualtieri, nei giorni scorsi, ha confessato pubblicamente di non essere assolutamente contento dell’andamento dei prestiti e che si deve fare di più. I dati della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media impresa ribadiscono che oltre il 70% delle aziende ha fatto richiesta perlomeno ad uno degli strumenti del governo: ma l’analisi su un campione di 7.000 imprese (specie «micro» fino a 4 dipendenti), pur appoggiando la proroga («semplice» per il 90%) rivela «più ombre che luci» sui finanziamenti pubblici fino a 25.000 euro, in teoria celeri ma piuttosto pigri e fiacchi specialmente per le aziende più piccole: con domande accettate finora solo al 30% e il 65% ancora in lavorazione da parte delle banche, e i titolari spesso costretti a recarsi nelle filiali in pieno lockdown.

Per i prestiti superiori, solo il 14% ha concluso la procedura e circa l’80% delle imprese è ancora in stand by. Numeri che contrastano con quelli che dà il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli, dove asserisce che l’80% di richieste sono state accettate, un 19% in valutazione e solo l’1% rifiutate. Il segretario generale della Federazione Autonoma Bancari Italiani., Lando Sileoni, parla di «uno scaricabarile imbarazzante fra la politica e la finanza» in mezzo al quale finiscono «stritolati» i bancari, oggetto di una grande quantità di episodi di violenza. Specificando una serie di problematiche: «la mancanza di sanzioni agl’istituti di credito» che frenano le procedure, che il governo sarebbe in grado di identificare immediatamente.

La penalizzazione è specialmente nelle politiche bancarie del Meridione, dove «sta aumentando il rischio strozzinaggio per le imprese». Uno studio della Fabi, incrociando le richieste con i dati del territorio , svela un preoccupante elemento strutturale: che la garanzia sui prestiti approderà a fine anno solo alla metà dei 5 milioni delle potenziali imprese. Andranno eliminati circa 5-600.000 di inattivi, un altro mezzo milione di partite Iva in crisi prima della pandemia, e un altro mezzo milione di microimprese che acquisirebbe prestiti così bassi (per il tetto al 25% dei ricavi) da far risultare sconveniente e ripugnante l’intero procedimento messo in cantiere da questo governo. Rimangono 3,5 milioni di soggetti, cui vanno eliminate un milione di imprese che potrebbero non avere le carte in regola» o hanno già liquidità proporzionate al bisogno. E poi c’è il nodo della responsabilità per i bancari: gli emendamenti al Dl liquidità che prevedono l’autocertificazione per i dati aziendali sono «un plausibile passo avanti», dice Sileoni, ma non c’è un reale ed effettivo «scudo penale».

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