CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. “Figli di un chip”

«Selezionare e ristrutturare il patrimonio genetico della popolazione è ben diverso che proteggerlo dal deterioramento»

Lo sforzo del filosofo tedesco Hans Jonas di elaborare una nuova etica globale della civiltà tecnologica pare essere caduto nel vuoto. L’umanità contemporanea, insofferente ad ogni regola, mostra di prediligere atteggiamenti di dominio sulla natura, incurante del fatto che ciò rappresenti una minaccia per la sopravvivenza del pianeta. Rovesciando l’assunto kantiano, secondo il quale ogni azione deve essere rispettosa della legge, mai delle implicazioni intime ed ultime dell’agire, Jonas invita ad una riflessione supplementare, per rendere compatibile il comportamento attuale con la salvaguardia delle future generazioni. Un fastidio, per l’uomo di oggi e la tecnologia da lui creata. Così, i geni del presente non hanno avuto remore – ad esempio – nel programmare Ivy, algoritmo in grado di dedurre, dal funzionamento delle cellule embrionali analizzate per il tempo in cui sono state in incubatrice, il loro comportamento una volta impiantate. In sostanza, come già avviene con la selezione pre-impianto, diventerà possibile anche selezionare l’embrione con maggiori possibilità di dare origine, nel giro di sei settimane, al cuore palpitante di un feto.

Resi inaccessibili dal brevetto, sono sconosciuti ai più i criteri guida di Ivy, mentre ne è chiaro lo scopo: consentire di generare bambini sani. Magari scartando, come candidamente ormai ammettono i referenti di altre società di biotecnologia, i bimbi con sindrome di Down, facendo merce del patrimonio genetico dei futuri abitanti del pianeta Terra. Un orizzonte fosco ed un intreccio perverso tra il potere tecnologico e quello economico, denunciato già tre anni fa anche da papa Francesco, in campo per ammonire a prestare attenzione «agli interessi che possono condizionare gli stili di vita e gli orientamenti sociali nella direzione del profitto di certi gruppi industriali e commerciali, a detrimento delle popolazioni e delle nazioni più povere». Rivolgendosi a scienziati e ricercatori, il Santo Padre esortava «a prevenire le conseguenze negative derivanti da un uso distorto delle conoscenze e delle capacità di manipolazione della vita». La tecnoscienza, che sempre più governa le nostre giornate, ha preferito ignorare quell’appello. Ed oggi quasi non c’è più dibattito sul senso della nascita o battaglia da fare: in ogni campo c’è un algoritmo che si incarica di ogni eventuale errore di scelta, e l’uomo è libero di non farsi più domande, avendo ceduto a un’intelligenza artificiale la propria libertà, come il controllo del proprio eventuale contatto con un contagiato da coronavirus. Diversamente da un tempo, verità e bene comune – come la fede – sono escluse dai confini della scienza, dalla sua missione di rendere la Terra più abitabile e solidale, più curata e custodita. E forte, sempre più forte, è la sensazione – per dirla con lo scrittore statunitense Henry David Thoureau – che «gli uomini sono diventati gli strumenti dei loro stessi strumenti».

                                                                                                 + Vincenzo Bertolone

fonte  – http://www.calabriaecclesia.org/Pages/NewsDetail/10861/La_riflessione_domenicale_del_Presidente_della_CEC,_Mons_Vincenzo_Bertolone_Figli_di_un_chip

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