Burkina Faso. Processo Sankara, parla l'autista del commando - Ilmetropolitano.it

Burkina Faso. Processo Sankara, parla l’autista del commando

Già al servizio dell’ex Presidente Compaoré, descrive l’omicidio

Foto di jorono da Pixabay

(DIRE) Roma, 27 ott. – Cominciano a emergere frammenti di verità al processo in corso a Ouagadougou sull’assassinio di Thomas Sankara, ex rivoluzionario e presidente del Burkina Faso. In evidenza su quotidiani e portali di informazione locali oggi la terza udienza del tribunale militare della capitale, chiamato a esprimersi sull’omicidio del capo di Stato al potere dal 1983 e il 1987 e dei suoi 12 collaboratori.
I giudici hanno interrogato Yamba Elisé Ilboudo, membro del commando accusato di aver assassinato Sankara e autista di Blaise Comaporé, presidente del Burkina Faso dal 1987 al 2014, esiliato in Costa d’Avorio, anche lui tra gli accusati.
Secondo quanto riportato dai media locali, Ilboudo, primo accusato a esprimersi davanti al tribunale, ha riconosciuto i fatti, spiegando di aver eseguito l’ordine del suo superiore ed ex capo della sicurezza Hyacinthe Kafando, anche lui tra gli accusati.
Ilboudo ha riconosciuto la sua complicità per quanto riguarda l’accusa di “attentato alla sicurezza dello Stato”, ma ha negato di aver partecipato a un incontro preparatorio dell’omicidio.
L’accusato ha riferito che il 15 ottobre 1985 era alla guida del commando diretto dalla casa di Compaoré alla sede del Consiglio nazionale della rivoluzione, dove si trovava il presidente Sankara, impegnato in una riunione. A quel punto lui sarebbe rimasto all’interno del veicolo, da dove avrebbe visto Sankara uscire in strada con le mani in aria. Poi sarebbe partita la raffica di kalashnikov che avrebbe ucciso Sankara.
La testimonianza di Ilboudo è importante perché “descrive le modalità operative del commando e i dettagli dell’omicidio”, ha detto Ferdinand Jamen Zeppa, avvocato della parte civile. Che ha poi sottolineato come l’accusato “aveva dei buchi di memoria, poiché non si capisce se le sue azioni fossero volontarie o meno”.
Ad alimentare le polemiche anche la decisione del tribunale militare di concedere, su richiesta degli avvocati della difesa, la libertà provvisoria a undici dei 12 accusati presenti, imprigionati due giorni prima che iniziasse il processo.
L’unico a restare in prigione è Gilbert Diendéré, generale militare che sta scontando una pena di 20 anni per aver tentato un golpe nel 2015.

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