(DIRE) Roma, 26 Feb. – “L’energia elettrica in Italia costa l’82% in più rispetto alla Francia, il 78% in più rispetto alla Spagna e il 38% rispetto alla Germania, ha di recente sottolineato Confindustria Lombardia. Ci hanno abituato a pagare 250/300 euro a bimestre, come fosse una tariffa normale, per una fornitura media domestica. Francamente non è più possibile. Il modo più semplice per promuovere il fotovoltaico è farsi quattro conti”. Parola di Ugo Rocca, fondatore e amministratore di Resit Srl, società romana di progettazione e installazione di impianti a fonti rinnovabili, e profondo conoscitore del settore. Secondo il quale il potenziamento delle fonti rinnovabili, e in particolar modo del fotovoltaico, non è più procrastinabile. Ad agosto 2024 il prezzo medio del kWh in Italia è stato di circa 0,131 euro/kWh, mentre è stato di 0,091 in Spagna, 0,082 in Germania, 0,054 in Francia e 0,015 in Scandinavia.
I conti del resto sono presto fatti. “In bolletta- spiega- il prezzo di acquisto per cittadini e imprese del kWh elettrico dalla rete ha un prezzo esorbitante che oscillante da 0,30 a 0,50 euro/kWh comprensivo di tasse e oneri accessori (nel primo trimestre 2025 ha toccato punte di 1,00 euro/kWh). Perchè il costo di produzione di un kWh prodotto con fotovoltaico viene riconosciuto solo a 0,065-0,1 euro/kWh? Autoprodursi l’energia elettrica con il fotovoltaico conviene tantissimo e la produzione di energia pulita andrebbe incentivata e semplificata. Per fare un esempio, se oggi una famiglia installa un piccolo impianto fotovoltaico domestico di circa 6kW, sul tetto, con un costo ormai di circa 6-7.000 Euro, questo impianto produrrà, a seconda dell’insolazione, circa 7000-7500 kWh/anno; si risparmierebbe alla fine in bolletta circa 2.000 euro l’anno.
E in poco più di 3-4 anni il costo dell’impianto, destinato a durare fino a 30 anni, verrà ammortizzato”. “Evidentemente non c’è storia- sottolinea Rocca- e i numeri sono ancora più interessanti per gli impianti più grandi, sui teti dei capannoni industriali, o sui grandi terreni”. “Secondo i più recenti dati Istat- aggiunge Alessandro Rocca, responsabile tecnico di Resit- la superficie agricola totale in Italia (Sat) è pari a 17,5 milioni di ettari, mentre la superficie agricola utilizzata (Sau) misura 12,8 milioni di ettari. Ciò significa che la differenza, e cioè 5 milioni di ettari, rappresenta un’enormità di terreni definiti agricoli catastalmente ma che di fatto non lo sono o non sono comunque utilizzabili in agricoltura. Per il raggiungimento, nei prossimi dieci anni, degli obiettivi assegnati dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) e dai piani della Comunità europea basterebbe l’1% dei terreni in questione”.
Bisogna utilizzare in primis i tetti dei capannoni, ma bisogna utilizzare anche i terreni; con una attenta valutazione Agronomica si può dimostrare quelli che sono abbandonati, marginali o scarsamente produttivi. A implementare l’uso di energia green sta infatti pensando sempre più anche il settore agricolo (5 gigawatt di impianti rinnovabili su tutto il territorio italiano) come emerso dal recente Rapporto sulle Agroenergie di Confagricoltura: che riguardo al fotovoltaico ha evidenziato come su un campione di 400 aziende agricole di taglia grande (proprietarie di oltre 90 ettari) una percentuale tra il 60 e il 70% di queste vorrebbe ampliare la capacità installata e che nei loro territori ci siano 4000 ettari inutilizzati che potrebbero ospitare circa 6,8 gigawatt di impianti fotovoltaici o agrivoltaici. Quota destinata sicuramente ad aumentare, su più vasta scala, una volta chiarite le incertezze delle disposizioni contenute nel decreto Agricoltura, dal quale non si evince quali siano le tipologie di agrivoltaico da installare sui terreni agricoli. (Com/Red/ Dire) 05:11 26-02-25