A Reggio Calabria, il termometro segna 20 gradi, il sole splende alto e il mare è una tavolozza calma e invitante. Eppure, sulla spiaggia, non ci sono residenti: solo qualche turista probabilmente nordico, pelle chiara e, che si tuffa nel pare piatto all’Arena Ciccio Franco, come fosse agosto. Intorno, giubbotti leggeri, sciarpe sottili e qualche sguardo perplesso. Il contrasto è netto, quasi simbolico.
Il clima mite di fine ottobre non è più un’eccezione. Negli ultimi anni, il cambiamento climatico ha esteso i confini dell’estate, regalando giornate calde e soleggiate ben oltre il calendario tradizionale. Se da un lato questo fenomeno solleva interrogativi ambientali, dall’altro apre scenari turistici inaspettati: il “fuori stagione” diventa nuova stagione.
Il turista e la sua famigliola, come si vede in foto, non si lasciano intimidire dalle date. Per lui, 20 gradi e sole sono sinonimo di vacanza. Per i reggini, invece, ottobre è già autunno (anche se qualche eccezione nel week appena trascorso c’è stata anche per i residenti): il mare si guarda, non si vive. È una questione culturale, climatica, forse anche soltanto psicologica.
Eppure, l’immagine di bagnanti stranieri solitari che si tuffano nelle acque dello Stretto di Messina, racconta qualcosa di più: un’opportunità. L’estate che si allunga potrebbe diventare risorsa, non solo anomalia. Un turismo destagionalizzato, sostenibile, curioso. Un modo per ripensare il territorio, valorizzare la costa anche quando le scuole sono iniziate e gli ombrelloni sono chiusi. Il mare di ottobre è diverso: più silenzioso, più autentico. E forse, più nostro.
Ant Ier