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Nella nuova linea di alta velocità che collegherà tutta l’Europa, il Sud è lasciato a terra

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treno binari

La notizia è ormai nota: nella nuova mappa dell’Alta Velocità europea, quella che dovrebbe collegare il continente da qui al 2040, il Sud Italia scompare. Il treno dell’Europa corre, ma si ferma a Eboli. Da lì in giù, il Mezzogiorno non esiste. 

Non è un errore tecnico. È una scelta politica, l’ennesima. Una scelta che conferma che questa Unione Europea, che pure si presenta come garante di pace e di libertà, è diventata anch’essa uno Stato-azienda: pensa a difendersi dai conflitti, ma non a difendere i cittadini dalle disuguaglianze.
Mentre si discute di eserciti comuni, di intelligence condivisa e di piani per la sicurezza militare, nessuno si preoccupa della sicurezza economica e sociale di milioni di europei del Sud, che rischiano di morire non di guerra, ma di fame e isolamento. 

Da anni ci viene raccontato che la coesione è un valore fondante dell’Unione, che lo sviluppo deve essere equilibrato, che “nessuno deve restare indietro”. Eppure il Sud resta indietro sempre, per definizione. È il paradosso di un’Europa che promette coesione, ma investe solo dove il mercato garantisce ritorni immediati. È l’Europa-azienda, che pianifica con la logica dei conti, non con quella dei diritti. 

Non si tratta solo di treni o di tratte: si tratta di cittadinanza economica. Senza infrastrutture, il Mezzogiorno non può competere, non può attrarre imprese, non può crescere. La Calabria, la Sicilia, la Basilicata, la Puglia diventano così zone di margine, destinate a vivere di promesse e di assistenzialismo, quel modello che noi stessi detestiamo, ma che ci viene imposto da chi ci nega gli strumenti per camminare da soli. 

È lo stesso schema che viviamo con l’aeroporto di Reggio Calabria, minacciato di tagli perché non produce abbastanza profitto, come se la mobilità fosse un lusso e non un diritto. E ancora una volta, il mercato decide chi può partire e chi deve restare fermo. L’Italia – e con essa l’Europa – ha dimenticato che la mobilità è valore pubblico, che ogni collegamento, ogni strada, ogni binario è una forma di uguaglianza territoriale. 

Lo Stato-azienda, prima nazionale e ora europeo, ha fatto della competitività il suo unico vangelo. Così, mentre il Nord corre a 300 all’ora verso i mercati globali, il Sud resta a guardare i binari arrugginiti, le stazioni chiuse, i voli tagliati, le promesse di “fondi di coesione” mai spesi o dispersi.
E ogni volta che ci dicono “abbiate pazienza, arriverà anche il vostro turno”, quel turno non arriva mai. 

È questa l’Europa che doveva unire i popoli?
Un continente che parla di difesa comune, ma non sa difendere la dignità del lavoro, del territorio, della mobilità?
Un’Europa che misura il successo in punti di PIL e dimentica che il valore vero è la coesione? 

Il Sud non chiede elemosine. Chiede infrastrutture, connessioni, possibilità. Chiede di poter contribuire, non di essere mantenuto.
Ma finché l’Europa resterà prigioniera della sua logica aziendale, continueremo a ricevere solo le briciole di un benessere che corre altrove. 

E noi, che in questo Sud ci viviamo ancora, continueremo a sentirci europei solo quando si parla di tasse e di regole — mai quando si parla di opportunità.  L’Alta Velocità non è solo un treno. È un simbolo.
E il fatto che non arrivi da noi dice tutto su chi, in questa Europa-azienda, è considerato parte del futuro e chi, invece, resta a terra. 

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