Come si intrecciano oggi, nella tua quotidianità creativa, i ruoli di stilista, modella, scrittrice, designer e artista, e quale di queste identità senti più urgente in questa fase della tua vita?

Johanna Valdes ph – Baikonurphotospace
Oggi non li vivo più come ruoli separati. Per molto tempo mi è stato chiesto di scegliere, di definirmi, di “stare al mio posto”. Ora so che la mia forza sta proprio nell’intreccio.
La stilista osserva il corpo, la modella lo abita, la scrittrice lo racconta, l’artista lo libera.
In questa fase della mia vita, l’identità più urgente è quella della donna che prende parola: la scrittura e la creazione concettuale sono diventate strumenti per dare senso a tutto il resto, per non essere solo vista, ma finalmente ascoltata.
Nei tuoi abiti e nelle tue collezioni di alta moda si percepisce una forte impronta dominicana unita all’esperienza italiana: quali elementi culturali desideri portare sulla passerella e quale messaggio vuoi che arrivi alle donne che li indossano?
Porto in passerella il contrasto: il calore, la sensualità e la forza della cultura dominicana, uniti al rigore, alla struttura e alla tradizione sartoriale italiana.
Nei miei abiti convivono il corpo che non chiede permesso e la mente che pretende rispetto.
Il messaggio è semplice ma potente: non devi ridurti per essere elegante, né nasconderti per essere presa sul serio. Le donne che indossano i miei capi portano con sé una storia, una presenza, una libertà che non ha bisogno di giustificazioni.
Nel libro “Il problema sono io — Una donna, mille etichette” racconti la sfida di essere una donna che rifiuta le definizioni imposte: cosa significa, per te, smettere di chiedere scusa per ciò che si è, e qual è la ferita più grande che hai deciso di trasformare in forza?

Johanna Valdes ph – Baikonurphotospace
Smettere di chiedere scusa significa smettere di spiegarsi continuamente. Significa non abbassare la voce, non addolcire il carattere, non rendersi più piccola per non disturbare.
La ferita più grande è stata crescere sentendomi sempre “troppo”: troppo visibile, troppo ambiziosa, troppo fuori dagli schemi.
Ho deciso di trasformare quel “troppo” nella mia firma. Oggi so che ciò che mi veniva chiesto di correggere era esattamente ciò che dovevo proteggere.
Guardando alla tua storia personale, qual è stato il momento di svolta in cui hai capito che la creatività sarebbe stata non solo una professione, ma anche uno strumento per rivendicare la libertà delle donne?
Il momento di svolta è arrivato quando ho capito che il mio corpo e la mia immagine venivano letti prima delle mie idee. Invece di rinnegare questo dato, ho deciso di ribaltarlo.
Ho usato la moda, la scrittura e la mia presenza scenica come linguaggi politici, nel senso più intimo del termine.
La creatività è diventata il mio modo di dire: esisto alle mie condizioni, e se io posso farlo, allora anche altre donne possono immaginarsi libere.

Johanna Valdes ph – Baikonurphotospace
Il mondo della moda è spesso accusato di alimentare stereotipi e insicurezze: come cerchi, attraverso il tuo lavoro di stilista e di modella, di proporre una narrazione diversa del corpo femminile e dell’autostima?
Io non cerco di “correggere” il corpo femminile, ma di celebrarne la presenza. Non progetto per nascondere, ma per affermare.
Come modella, scelgo di mostrarmi senza chiedere il permesso allo sguardo altrui; come stilista, creo capi che non chiedono alla donna di adattarsi, ma che si adattano alla sua forza.
L’autostima, per me, non nasce dalla perfezione, ma dal riconoscersi degne di spazio.
Se dovessi descrivere con tre immagini visive “la donna Johanna Valdez” — quella che emerge dalle tue sfilate, dalle tue opere e dal tuo libro — quali sarebbero e perché?
La prima è una donna che cammina a testa alta, anche quando sente gli sguardi addosso: perché ha smesso di temerli.
La seconda è un corpo vestito di luce e struttura, sensuale ma solido, che non chiede di essere salvato.
La terza è una donna seduta a scrivere, in silenzio, che finalmente racconta la propria verità senza filtri.
Sono tre immagini della stessa persona: visibile, consapevole, libera.
Qual è il consiglio più sincero che daresti a una giovane creativa che si sente “troppo” o “sbagliata” in un mondo che tende a incasellare tutto in etichette, e che magari leggendo “Il problema sono io” cerca il coraggio di riscrivere la propria storia?
Le direi di non affrettarsi a correggersi. Di ascoltare quella parte di sé che le viene chiesto di silenziare. Se ti senti “troppo”, probabilmente sei solo nel posto sbagliato, non nel corpo sbagliato, né nella vita sbagliata.
La tua storia non ha bisogno di essere resa più comoda per gli altri: ha bisogno di essere detta con onestà. Il coraggio non è diventare qualcun’altra, ma restare fedeli a chi si è, anche quando fa paura.
ph – Baikonurphotospace
Federica Romeo