La Guardia Costiera degli Stati Uniti ha condotto una nuova operazione di interdizione marittima al largo delle coste venezuelane, salendo a bordo della petroliera Olina. Si tratta del quinto intervento di questo tipo nelle ultime settimane, a conferma di un’offensiva senza precedenti di Washington contro il traffico illegale di idrocarburi che finanzia il governo di Caracas.
Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal e confermato dalla società di intelligence marittima Vanguard, l’abbordaggio è avvenuto nelle prime ore del 9 gennaio 2026. La Olina è stata intercettata mentre navigava in acque internazionali limitrofe al Venezuela. L’imbarcazione utilizzava una tattica comune nel mercato nero globale: il “flag hopping”. Secondo il database Equasis, la nave batteva illegalmente bandiera di Timor Est, un espediente utilizzato per mascherare l’identità dell’unità e sfuggire ai controlli internazionali.
L’intelligence statunitense ha identificato nella Olina una vecchia conoscenza del regime sanzionatorio: la nave operava originariamente come Minerva M., inoltre era già stata inserita nella “lista nera” del Tesoro USA per aver trasportato petrolio russo in violazione dei massimali di prezzo (price cap) e infine fonti governative suggeriscono che la proprietà sia riconducibile a entità russe, elemento che inserisce l’operazione in un quadro di scontro diretto non solo con il Venezuela, ma anche con Mosca.
L’intervento sulla Olina non è un caso isolato, ma parte di una strategia di “tolleranza zero” contro la flotta ombra russa e venezuelana. Questo sequestro arriva a pochi giorni di distanza da un’altra operazione analoga contro un’unità russa, esacerbando i rapporti già tesi tra la Casa Bianca e il Cremlino. Per gli analisti, l’azione della Guardia Costiera segnala un cambio di passo: gli Stati Uniti non si limitano più al tracciamento digitale e alle sanzioni cartolari, ma passano all’interdizione fisica per troncare le rotte di rifornimento illegali che permettono a Caracas di aggirare l’embargo energetico.