La Groenlandia torna al centro della geopolitica mondiale. A Nuuk, capitale del territorio autonomo danese, migliaia di persone sono scese in strada per contestare il progetto del presidente americano Donald Trump di annettere l’isola agli Stati Uniti, trasformando quella che per molti è una terra di ghiacci e silenzi in uno dei simboli dello scontro tra Washington e l’Europa.
In testa al corteo ha sfilato il primo ministro groenlandese, Nielsen, che ha voluto mandare un segnale politico chiaro esibendo una grande bandiera biancorossa con il disco solare, divenuta in poche ore l’emblema della difesa dell’autonomia dell’isola. Accanto a lui cittadini, famiglie, giovani Inuit e anziani, che hanno intonato canti tradizionali e slogan contro il progetto di vendita, chiedendo che il futuro della Groenlandia sia deciso a Nuuk e non a Washington.
I manifestanti hanno sventolato cartelli con messaggi contrari alle mire statunitensi e contro quella che definiscono una logica di potenza applicata a un territorio abitato e non a una semplice “risorsa” da acquisire. Le immagini del corteo, rilanciate dai media nordici, mostrano una partecipazione trasversale, in cui le istanze ambientali e quelle identitarie si intrecciano con il timore di vedere l’isola trasformata in un avamposto militare permanente nel cuore dell’Artico.
Le proteste non si sono fermate alla Groenlandia. Migliaia di persone hanno manifestato anche a Copenaghen, davanti al Parlamento e alle principali sedi istituzionali, per sostenere la posizione del governo danese contraria a qualsiasi cessione di sovranità sull’isola.
A sfilare sono stati gruppi della società civile, associazioni ambientaliste e semplici cittadini che rivendicano il legame storico e politico tra Danimarca e Groenlandia, pur riconoscendo il percorso di ampia autonomia avviato negli ultimi decenni.
Sul piano diplomatico, la crisi si è aggravata dopo l’annuncio di Trump di voler introdurre una nuova serie di dazi contro diversi alleati europei, accusati di ostacolare il piano americano sull’isola. Il presidente Usa ha parlato apertamente di tariffe del 10% su un gruppo di Paesi dell’Unione, con la prospettiva di un aumento fino al 25% se non verrà trovato un accordo che consenta agli Stati Uniti di acquistare la Groenlandia.
L’Unione Europea ha reagito con preoccupazione. Gli ambasciatori dei 27 Paesi membri sono stati convocati per un vertice straordinario, con l’obiettivo di definire una linea comune di fronte alla minaccia di un’ulteriore escalation commerciale con Washington. La riunione, convocata dalla presidenza di turno cipriota, punta a ribadire il sostegno a Copenaghen e alla popolazione groenlandese, oltre a difendere il principio di integrità territoriale di uno Stato membro e dei suoi territori autonomi.

foto di GNS
La vicenda si inserisce in un contesto di crescente competizione nell’Artico, area sempre più strategica per le rotte commerciali e per le risorse energetiche e minerarie che emergono con lo scioglimento dei ghiacci.
Stati Uniti, Russia, Cina e i Paesi nordici guardano alla regione con interessi divergenti, mentre le comunità locali chiedono che la transizione non cancelli culture e diritti. In questo scenario, la Groenlandia diventa terreno di confronto non solo economico, ma anche simbolico.
Molti analisti europei avvertono che il braccio di ferro sui dazi potrebbe avere ripercussioni dirette su industrie e lavoro in diversi Paesi Ue, già alle prese con l’aumento dei costi energetici e con una crescita rallentata. Per Bruxelles, la sfida è doppia: difendere la sovranità danese e prevenire una nuova guerra commerciale con il principale alleato atlantico. Il messaggio arrivato dalle piazze di Nuuk e Copenaghen, però, è già chiaro: la Groenlandia non è in vendita.
PE