Abbiamo incontrato a Milano Dana Hesse, ballerina, atleta ed insegnante di Pole Dance delegata dalla FIPD, Federazione Italiana Professional Danza, dal 2010. L’avevamo intervistata nel 2021 durante una sua esibizione\lezione tenutasi a Reggio Calabria.
Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la pole dance sarebbe diventata non solo una passione, ma la tua professione e il tuo linguaggio artistico?
Veramente è avvenuto il contrario! Prima era una professione e poi è diventata una passione! Una passione che non poteva essere vissuta all’interno dei locali di lap dance perché si consumava in un contesto di disagio.

ph – Giulia Orlandini / Make Up Artist Angelo Dominelli
Il mio linguaggio artistico era già vivace sin dai tempi della lap dance dove riuscivo ad esprimere abbastanza bene la mia fantasia, e condividerla con persone estranee, anche se a loro forse non importava più di tanto di entrare nei miei “sentimenti”. L’esibizione sul palo in un locale è sempre una condivisione della propria intimità.
A differenza della musica o della pittura, arti che mi appassionavano sin da piccola, con la pole dance che è una disciplina in cui tutto il corpo è impegnato riuscivo ad esprimere anche la mia forza. Questo mi permetteva di essere “visibile” e comprensibile anche con chi non aveva cultura artistica e non avrebbe potuto valutare altro che la fatica. Per apprezzare un’arte bisogna avere un’anima sensibile, mentre l’ostentazione della forza affascina prevalentemente le persone più deboli.
E così come sono riuscita io a farmi guardare con occhi più consapevoli, ho cercato di trasmettere questa capacità anche alle mie allieve: cioè a far prendere coscienza di non essere solo un corpo a disposizione degli altri, ma in primis che il nostro corpo è il nostro strumento, quello che può farci scoprire tanti lati nascosti di noi. E può farlo attraverso l’ausilio di infiniti attrezzi, nel mio caso è stato il palo.
Il palo è lo strumento che mi ha permesso di esprimermi al meglio, con tutte le conseguenze che ne sono derivate, soprattutto dovute al pregiudizio e dagli stereotipi.
Hai contribuito a portare la pole dance fuori dai cliché e dentro il mondo dello sport e dello spettacolo: qual è stata la sfida più grande in questo percorso di “sdoganamento”?

ph – Giulia Orlandini / Make Up Artist Angelo Dominelli
In realtà ho sempre vissuto molto serenamente la mia professione non avendo io come obiettivo lo sdoganamento, ma semplicemente il portarmi a casa la pagnotta senza dover chiedere aiuto prima, alla mia famiglia o, successivamente senza dover continuare a sottostare alle usanze del dei locali di lap danza che mi mettevano a disagio. Quindi in primis ho sempre cercato la mia indipendenza e la mia realizzazione.
I veri problemi di pregiudizio non li ho vissuti quando lavoravo nei locali ma, con mia grande sorpresa, durante i primi anni di attività, proprio da ex ginnasti che si immettevano nel mondo della pole dance, quelli che promuovono il pole sport come una disciplina inclusiva, di non essere sufficientemente titolata per insegnare una disciplina sportiva.
Ma quando ho iniziato ad insegnare io, ancora la disciplina non esisteva, infatti tutti la chiamavano lap dance proprio perché era quello il campo di esistenza di quell’arte. Io, umilmente, e l’ho sempre dichiarato pubblicamente, quando ho aperto la scuola di “lap dance” semplicemente portavo fuori dai locali quello che io sapevo fare, modestamente insegnavo “solo” quelle figure e movimenti che sapevo fare e che avevo consolidato da anni. Senza pretendere dagli altri, né da me stessa qualcos’altro.
Tutto era giocato sulla sensualità (cosa che poi ancora e tutt’ora) e sull’approccio all’attività fisica da parte di persone che normalmente non facevano sport o non frequentavano palestre…e la pole dance ha funzionato positivamente da richiamo per tante persone pigre che poi si sono appassionate al movimento e alla danza.
Sono stata parecchio bullizzata, anche pubblicamente, all’inizio della mia carriera come insegnante da personaggi che si immettevano in questo business definendomi una prostituta, cercando di denigrarmi semplicemente perché arrivavo dai locali di lap dance. Il loro giudizio senza che mi conoscessero. Eppure era proprio l’aver lavorato in quei locali la mia forza. La cosa che attirava donne nella mia scuola era proprio la fantasia di trasgredire, non certo quella di andare alle Olimpiadi. La maggior parte delle donne che pratica pole dance lo fa sempre, comunque per motivi di autostima e senso di libertà.
La sfida più grande comunque, l’ho affrontata quando persone che si immettevano in questo in questo settore, con diverse intenzioni e progetti, mi hanno usata per far crescere la loro realtà, finché sono servita. Ho sempre generosamente partecipato alla nascita e la crescita di business vari, ma evidentemente Dana Hesse rimane un personaggio che è meglio tenere nell’armadio, con gli altri scheletri.

ph – Giulia Orlandini / Make Up Artist Angelo Dominelli
So che ci sono insegnanti che nascondono completamente di essere state mie allieve, dicono di essersi formate all’estero, ma vedo che continuano ad insegnare e ripetere quello che hanno imparato da me. Mi fa piacere, nonostante tutto, perché è un indice di merito (per me). D’altra parte non sarebbe giusto pretendere che mi citino nei loro curriculum dal momento che mi hanno pagata per il mio lavoro e il mio onorario l’ho già ricevuto a suo tempo. Ho fatto anche tante collaborazioni gratuitamente, spinta dalla mia vanità e illusa di potermi promuovere, ma a fatturare grazie al mio corpo poi sono stati altri :-)
Il mio approccio a questa disciplina è sempre stato molto serio e severo a differenza di ciò che si poteva pensare inizialmente di me, o del percorso per diventare insegnante. Molte persone prendono con superficialità l’impegno per diventare insegnanti soltanto perché vedono che tante persone insegnano e invece è molto più impegnativo di quanto si pensi (almeno è così nella mia scuola).
Nel mio libro finalmente parlo pubblicamente di quello che è il mio metodo. Probabilmente sembrerà un lavoro da nerd, ma stiamo parlando di una professione che va svolta con competenza, con rispetto e con un’onestà.
La più grande sfida in questo processo di sdoganamento:
Lo sdoganamento non era la mia missione… io ho semplicemente ho aperto un’attività mostrando quello che facevo, ho accolto tutte le persone che mi si sono presentate alla porta con vari obiettivi e con varie motivazioni. Ho sempre accolto tutte, tutti e offerto me stessa generosamente, quindi non è stato uno sdoganamento voluto da me, io volevo semplicemente “portare fuori” la pole dance dei locali e crearmi una vita mia, libera, realizzarmi ed essere indipendente con quello che sapevo fare.
Oggi diciamo che è sdoganata nel senso che non viene più praticata solo nei locali di lap dance ma è praticata da chiunque: alla signora della porta accanto, dalla studentessa, dal parrucchiere e non è più vista come un tabù da alcune persone, ma lo è ancora per altre.
Lo sdoganamento ha i suoi pro i suoi contro nel senso che essendo diventata una moda, molte persone si avvicinano alla pole dance con leggerezza senza essere consapevoli della serietà e dell’impegno che occorrono per ottenere dei risultati. La fatica a tante persone non piace, piace più l’apparire, il sembrare e quindi tante persone che si iscrivono ad un certo corso dove è richiesta più performance poi abbandonano o optano per classi dove è maggiormente valorizzata l’immagine più che la forza. Non era comunque mia intenzione creare un mercato per ex ginnasti o ex ballerini che volessero entrare in questo settore, semplicemente stavo pensando per me.
Tante ragazze, o donne più grandi, iniziano semplicemente per avere più visibilità perché semplicemente farsi fotografare sopra o vicino ad un palo automaticamente induce curiosità e quindi visibilità per chi si mostra in qualsiasi tipo di pole dance, con o senza abiti, con o senza competenza.
Questo esibizionismo che dona visibilità, secondo me non dovrebbe essere fine a se stesso, ma dovrebbe portare ad un tornaconto, un ritorno economico, come per la vendita di corsi, la promozione di eventi e prodotti. Questo vale in tutti i settori quando si diventa popolari, la propria visibilità andrebbe sfruttata in modo intelligente.
Il semplice esibizionismo è sterile, non porta a nulla se non a creare abitudine, assuefazione a certa volgarità che secondo me non è positiva. Purtroppo, troppo spesso attraverso la pole dance si sdogana la volgarità. Atteggiamenti espliciti e volgari inondano i social gratuitamente, presentati come tutorials ma, l’importante è crederci.
Nel tuo lavoro di insegnante, qual è la storia o l’evoluzione di un’allieva che ti ha colpita di più e che rappresenta ciò che la pole dance può fare per una persona?
Ce ne sono diverse e tutte hanno in comune l’inizio, dove nessuna, avrebbe scommesso sulla propria riuscita, o su un futuro successo! Parlo di allieve che inizialmente non avevano i requisiti fisici, o che come background arrivavano dal divano e che quindi non erano abituate a fare attività fisica, ma che poi si sono impegnate intensamente sono diventate punti di riferimento della pole dance internazionale, insegnanti, organizzatrici di eventi internazionali. Hanno avuto l’imprinting nella mia scuola come primo approccio e si sono fatte la loro strada. Condivido con loro ogni loro successo!
C’è un aneddoto curioso o inatteso della tua carriera — un backstage, un imprevisto, un incontro — che non hai mai raccontato e che merita di essere condiviso?
Si, ce ne sono diversi e ne parlo nel mio libro… ma voi volete sapere quelli divertenti!
Beh, un episodio che mi ha sorpresa tantissimo è stato quando mi chiamarono dalla produzione di X Factor per noleggiare una pedana, serviva per l’esibizione di una band. Come sempre feci espletare la burocrazia: preventivo, contratto, cauzione, per assicurarmi che chi avrebbe utilizzato il palo fosse una professionista. Era tutto a posto e comunque mi assicurarono che gli scenografi avrebbero ulteriormente fissato la pedana perché tutto filasse liscio.
Io non guardando la tv quindi non mi preoccupai neanche di guardare il programma. Ero comunque curiosa di sapere quale ballerina si sarebbe esibita per accompagnare questa band e niente, il giorno dopo i social traboccavano di video e immagini con Damiano dei Måneskin sul mio palo!
Fu una grande e piacevole sorpresa vedere in tv un uomo, un cantante, con i tacchi, ballare la pole dance! Successivamente noleggiai alla produzione l’attrezzatura per girare il videoclip di Chosen e stetti con i Måneskin e la troupe tutto il giorno delle riprese. Damiano mi disse che aveva preso qualche lezione da una certa Nicole insegnante russa, e mi congratulai perché avevano fatto proprio un grande lavoro in poco tempo!
Visto che il mondo è piccolo e quello della pole dance ancora meno, venni a sapere per caso che la “Nicole” a cui si riferiva Damiano era niente popo di meno che la nostra Yevgeniya Lukichova, già mia collaboratrice in alcuni progetti pubblicitari. E così, credo che alcune persone nella vita sia scritto che debbano incontrarsi!
Stai realizzando un importante progetto volto alla divulgazione e diffusione sul territorio delle Pole Dance, disciplina di cui sei delegata presso la FIPD (Federazione Italiana Professionisti Danza) sin dal 2010. Si tratta del Poleditor.cloud, il primo portale internazionale per addetti ai lavori, ce ne vuoi parlare?
Il polieditor è un portale per addetti ai lavori e/o semplici appassionati: una piattaforma che ha diverse funzioni tra cui il registro digitale della pole dance, quindi il diario elettronico degli studenti; il copywrite delle figure per chi creatori di nuovi tricks, di nuovi elementi e di nuove coreografie; il motore di ricerca con i filtri avanzati che permette di trovare le figure anche se non si conosce il loro nome. È uno strumento innovativo nato proprio dalla necessità di avere in un unico spazio tutto quel che riguarda la pole dance come materia di studio. Hanno collaborato con me artisti e insegnanti da ogni parte del mondo. E’ un progetto destinato alla crescita della pole dance non solo come disciplina sportiva, performativa, ma soprattutto culturale.
ph – Giulia Orlandini
Federica Romeo

ph – Giulia Orlandini / Make Up Artist Angelo Dominelli