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ONU, voto sullo Stretto di Hormuz: accordi in bilico tra veti e diplomazia

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Il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrebbe oggi votare la risoluzione proposta dal Bahrein per garantire la riapertura al traffico navale dello Stretto di Hormuz, uno degli snodi energetici più sensibili al mondo.

La versione originaria del testo prevedeva il ricorso alla forza per proteggere il transito marittimo, ipotesi sostenuta soprattutto da Stati Uniti e Israele; ma Cina, Russia e Francia – tra i cinque membri permanenti del Consiglio – hanno posto il veto, obbligando a una serie di ridimensionamenti e riformulazioni del documento.

Nei giorni scorsi diverse bozze si sono succedute, con l’ultimo testo che punta più sul “vivo incoraggiamento a coordinare gli sforzi” per garantire la sicurezza delle navi che sulla minaccia esplicita di interventi militari.

La sensazione diffusa tra le delegazioni è che il rinvio del voto, già registrato nei giorni precedenti, rifletta la difficoltà di trovare un compromesso accettabile tanto per le potenze occidentali quanto per Pechino e Mosca, che puntano a evitare un’ulteriore ipoteca militare USA‑israeliana sulla zona.

 

L’attenzione resta alta anche sulle conseguenze economiche della crisi: lo stretto di Hormuz è un passaggio fondamentale per il petrolio che raggiunge l’Europa, l’Asia e altre aree.

Sei Paesi, tra cui Italia, Francia e Regno Unito, hanno già avanzato l’idea di un piano collettivo per la sicurezza marittima, ma solo con un mandato ONU e una tregua sul fronte Iran‑Israele.

Teheran continua a considerare la chiusura parziale del passaggio una risposta agli attacchi statunitensi e israeliani, mentre il mondo guarda ai possibili scenari di escalation o, al contrario, a un disgelo diplomatico che potrebbe rassicurare i mercati e il trasporto navale.

PE

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