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Teheran non andrà a Islamabad: i colloqui USA saltano

L'Iran esclude la partecipazione a Islamabad finché Washington non rivede richieste e blocco navale

by il MetropolitanoRedazione ilMetropolitano
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Medio Oriente

Stati Uniti e Iran rischiano di bruciare il secondo round di negoziati previsto a Islamabad, con Teheran che ha ufficialmente escluso la partecipazione della propria delegazione. Da parte americana, intanto, il presidente Donald Trump ha prolungato la tregua in vigore, ma indicando che la durata del cessate il fuoco dipenderà dall’arrivo di una proposta concreta da parte iraniana.

Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato iraniana, le autorità a Teheran hanno già chiarito che non prenderanno parte ai colloqui di Islamabad finché Washington continuerà a insistere sulle “presunte violazioni” del cessate il fuoco e sul proseguimento del blocco navale nel Golfo dell’Oman. Da Islamabad, dove le delegazioni Usa e pakistane sono già schierate, fonti vicine al governo iraniano descrivono i negoziati come “una perdita di tempo” finché le richieste americane resteranno invariate.

Analisti internazionali sottolineano che l’Iran cerca di spostare la soglia di accettabilità delle trattative, legando la partecipazione al tavolo anche al rispetto del cessate il fuoco su più fronti, comprese aree come il Libano. In questo quadro, la casa semivuota che Teheran proietta verso Islamabad viene letta come un segnale di pressione politica, volto a convincere Washington a ridurre le condizioni preliminari al negoziato.

 

L’irrigidimento di Teheran è strettamente legato al blocco navale imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani, in vigore dal 13 aprile e giustificato da Washington come misura di “massima pressione” sui traffici militari e petroliferi di Teheran. La leadership iraniana, però, definisce tale blocco una violazione del cessate il fuoco e un pretesto per minare la credibilità dei negoziati, sostenendo che finché resta in vigore sarà impossibile una trattativa equilibrata.

La tensione si è ulteriormente acuita dopo il sequestro della nave cargo iraniana Touska nel Golfo dell’Oman, operazione che gli iraniani hanno catalogato come “pirateria armata” e le fonti di Teheran hanno subito inserito nel conto delle presunte violazioni del cessate il fuoco. Molti osservatori indicano che proprio questo episodio ha reso ancora più improbabile la partecipazione iraniana a Islamabad, con i negoziati ora sospesi in un limbo fatto di messaggi inequivocabili e tempismo calibrato.

Nonostante il rifiuto di Teheran, il secondo round di colloqui a Islamabad è stato formalmente confermato dal Pakistan, ma al momento non è chiaro se la delegazione iraniana si presenterà o se l’evento sarà una semplice mise en scène di Washington. A Washington, il dibattito interno mostra una linea dura: il Segretario di Stato e il Consiglio di Sicurezza nazionale insistono sulla necessità di mantenere il blocco navale come “assicurazione” contro rischi di violazione dell’accordo, mentre altri settori della diplomazia temono che la rigidità acceleri il rischio di un tracollo delle trattative.

Per ora, il governo iraniano preferisce parlare per vie diplomatiche indirette, diffondendo messaggi attraverso intermediari e emittenti semi ufficiali, per evitare di concedere a Trump la vittoria simbolica di un incontro che Teheran giudica impari. Se nei prossimi giorni non emergeranno segnali di apertura concreta dagli Stati Uniti, la formula che sta prendendo piede in Medio Oriente è sempre più chiara: accordo possibile, ma solo se la parola “tregua” verrà davvero interpretata in modo bilaterale e non solo come strumento a disposizione dell’Occidente.

PE

 

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