Tensione massima alla Camera dei Deputati, dove la maggioranza ha deciso di procedere con una “seduta fiume” per portare a votazione finale il decreto sicurezza, nonostante le veementi proteste delle opposizioni. PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa, Italia Viva e Azione hanno denunciato quella che definiscono una “forzatura del regolamento” e uno “sfregio alla Costituzione”, accusando il governo di voler blindare il provvedimento evitando il confronto parlamentare.
La bagarre è esplosa già dalla ripresa dei lavori, con i deputati dell’opposizione che hanno occupato simbolicamente i banchi del governo e l’emiciclo, chiedendo a gran voce la convocazione della conferenza dei capigruppo. “Prima di iniziare a discutere del merito, credo sia necessario soffermarsi sul metodo”, pare abbia esordito la capogruppo del PD Chiara Braga, sottolineando come il decreto sia stato “tenuto in ostaggio dal Senato per quasi 50 giorni” e sia arrivato in Aula senza adeguate garanzie di confronto.
Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S, ha parlato di una situazione “grottesca”: “Quando uno pensa si sia toccato il fondo, arriva sempre qualcosa di peggiore. Sentiamo gli appelli della presidente Meloni alla responsabilità, all’unità, poi però si procede a colpi di fiducia”. Anche Riccardo Magi di +Europa ha definito il passaggio “di gravità inaudita”, mentre Marco Grimaldi di Avs ha ribadito: “Non potete chiederci di approvare un testo che è palesemente incostituzionale”.
Al centro della contestazione, oltre alle modalità procedurali, resta l’articolo 30-bis, introdotto al Senato, che prevede un compenso economico per gli avvocati che assistono migranti nelle procedure di rimpatrio volontario. Una norma che ha sollevato critiche trasversali, dagli ordini forensi fino al Quirinale: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe infatti espresso forti perplessità sulla compatibilità della misura con l’articolo 24 della Costituzione, che garantisce il diritto alla difesa.
Di fronte ai rilievi, il governo si è impegnato a presentare un decreto correttivo, ma le opposizioni contestano i tempi: “Non possiamo approvare una norma palesemente incostituzionale con la promessa di correggerla dopo”, ha insistito Federico Fornaro del PD, chiedendo l’intervento della Giunta per il regolamento.
La maggioranza, dal canto suo, ha scelto la strada della determinazione. Con i tempi di conversione del decreto in legge che scadono il 12 giugno, il governo punta a chiudere rapidamente l’iter alla Camera, per poi passare al Senato. La votazione finale è prevista per venerdì, dopo la discussione degli oltre 140 ordini del giorno ripresi questa mattina alle 10.30.
Fonti di palazzo confermano che sul provvedimento sono in arrivo alcuni correttivi tecnici, ma la sostanza delle misure – dalla stretta su armi e coltelli alle nuove regole per le manifestazioni pubbliche, dalle disposizioni sulla violenza giovanile alle modifiche sulle indagini – resterà invariata. Il governo porrà la questione di Fiducia per evitare emendamenti dilatori e garantire l’approvazione definitiva.
Mentre in Aula si consuma lo scontro, fuori da Montecitorio si registrano presidi di associazioni e movimenti che contestano il decreto. Parallelamente, costituzionalisti e magistrati hanno espresso preoccupazione per alcune disposizioni, in particolare quelle relative alle limitazioni del diritto di manifestazione e alle nuove fattispecie di arresto.
Magistratura Democratica, in una nota, avrebbe denunciato la “palese contrarietà all’articolo 24 della Costituzione” della norma sugli incentivi agli avvocati, definendola un tentativo di “svilire il ruolo del difensore”
La giornata parlamentare si preannuncia lunga. Dopo la ripresa dei voti sugli ordini del giorno, la Camera è chiamata a esprimersi sulla fiducia al governo. Se, come previsto, la maggioranza otterrà i voti necessari, il testo passerà al Senato, dove si preannuncia un iter altrettanto combattuto.
Nel frattempo, resta aperta la partita sul decreto correttivo: il governo dovrà presentare una proposta che tenga conto dei rilievi del Quirinale senza snaturare l’impianto del provvedimento. Una sfida delicata, che potrebbe riaprire il confronto – o lo scontro – tra le forze politiche.
Ile And