Il Mali è precipitato in una nuova fase di caos dopo una serie di attacchi coordinati che hanno colpito diverse aree del Paese, arrivando fino alla periferia della capitale Bamako. Nel mirino anche la residenza del ministro della Difesa Sadio Camara, 47 anni, rimasto ucciso in un’esplosione insieme a tre suoi familiari. L’episodio ha aggravato l’incertezza politica attorno alla giunta militare guidata dal presidente Assimi Goïta, che – secondo fonti di sicurezza – sarebbe stato evacuato dalla base di Kati e trasferito in un luogo sicuro.
Gli attacchi portano la firma del JNIM, il gruppo jihadista affiliato ad al‑Qaeda, in collaborazione con il FLA, formazione separatista tuareg. Una cooperazione definita dagli stessi gruppi «senza precedenti», che ha permesso di colpire simultaneamente il nord, il centro e le aree limitrofe alla capitale: da Kidal a Mopti, fino a Sevaré. L’azione congiunta segna un salto di qualità nella capacità operativa dei gruppi armati, che approfittano del vuoto di sicurezza lasciato dal ritiro delle missioni internazionali.
Nel nord del Paese, la città strategica di Kidal è caduta sotto il controllo dei ribelli tuareg dopo il ritiro delle forze governative e dei mercenari russi dell’Afrika Korps, presenti in Mali a sostegno della giunta dopo il progressivo disimpegno occidentale. Secondo i separatisti, la ritirata sarebbe avvenuta in seguito a un accordo locale. «Kidal is declared free», ha dichiarato il portavoce Mohamed El Maouloud Ramadan, in un messaggio dal forte valore simbolico per la ribellione tuareg. A Bamako, intanto, la situazione resta tesa. Le autorità hanno imposto un coprifuoco notturno e rafforzato i posti di blocco in tutta la capitale. Nei raid è rimasto ferito anche il capo dei servizi segreti maliani, Modibo Koné, segno della portata dell’offensiva.
La comunità internazionale ha espresso forte preoccupazione. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha condannato «l’estremismo violento» e ha chiesto un ritorno alla stabilità. L’Unione Europea ha manifestato solidarietà al popolo maliano, ribadendo l’impegno nella lotta al terrorismo nel Sahel, regione già duramente colpita dal ritiro della missione ONU MINUSMA e dal progressivo indebolimento delle strutture di sicurezza locali. La crisi in Mali si inserisce in un quadro regionale sempre più fragile, dove la combinazione di jihadismo, ribellioni etniche e instabilità politica continua a minacciare l’intera area saheliana.