Il 2 Febbraio, la Giornata Mondiale delle zone umide 2020

Foto di Vinson Tan ( 楊 祖 武 ) da Pixabay

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende celebrare la Giornata mondiale delle zone umide 2020, istituita nel 1997 per ricordare l’anniversario della “Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale”, firmata a Ramsar (Iran) il 2 febbraio 1971 in occasione della “Conferenza Internazionale sulla Conservazione delle Zone Umide e sugli Uccelli Acquatici”.

 La Convenzione di Ramsar promuove la protezione delle aree acquitrinose, paludi, torbiere, zone naturali o artificiali d’acqua, permanenti o transitorie, con acqua stagnante o corrente, dolce, salmastra o salata, comprese le zone di acqua marina, nonchè la conservazione dei loro habitat, della flora e della fauna. Si tratta di ecosistemi a straordinaria biodiversità che svolgono funzioni fondamentali per la salvaguardia del benessere dell’uomo: contribuiscono alla lotta ai cambiamenti climatici ( le torbiere immagazzinano il 30% di carbonio terrestre); assicurano acqua potabile (le paludi rimuovono gli agenti inquinanti e purificano l’acqua); presentano le condizioni ottimali per l’alimentazione, la riproduzione e il rifugio di molte specie ornitiche, rettili, mammiferi ed altri organismi ( il 40% delle specie vive o si riproduce nelle zone umide); forniscono lavoro (circa un miliardo di persone trae sostentamento dalle zone umide); sostengono l’economia (ogni anno si registra un giro d’affari di 47 trilioni di dollari in servizi essenziali nelle zone umide).

In base ai dati del WWF report 2018, il 40% delle specie viventi è legato alle zone umide, eppure la sua poderosa vitalità si accompagna ad un’elevata vulnerabilità alle alterazioni ambientali antropiche dovute all’urbanizzazione ed all’agricoltura intensiva. Con l’aumento delle temperature e la diminuzione delle piogge, inoltre, questi habitat potrebbero scomparire lasciando posto al deserto ovvero, se vicine al mare, essere sommerse con l’erosione delle coste.

Secondo il Segretariato della Convenzione di Ramsar, l’87% delle zone umide del mondo sono andate perse negli ultimi 300 anni a causa delle condizioni ambientali, ecco perchè salvarle dall’estinzione rappresenta obiettivo primario della lotta ai cambiamenti climatici.

In alcuni territori, come l’Australia, esse rappresentano delle isole di habitat naturale in mezzo a radure, terreni agricoli e aree urbane, fungendo da veri e propri rifugi per molte specie di esseri viventi. E’ questo il motivo per cui gli incendi delle scorse settimane, ancora in atto a causa delle alte temperature, hanno avuto effetti catastrofici per l’ecosistema e per la sopravvivenza delle locali specie animali e vegetali. In particolare, nell’Isola dei Canguri si è probabilmente estinto il Cacatua nero-lucido (Calyptorhynchus lathami halmaturinus), secondo l’Università di Sydney sono stati uccisi oltre 1 miliardo di animali senza contare i pipistrelli, le rane e gli invertebrati che, secondo il South Australian Museum di Adelaide, contano trilioni di vittime tra cui la farfalla birdwing di Richmond (Ornithoptera richmondia), anch’essa probabilmente estinta e il Koala (Phascolarctos cinereus) che conta la scomparsa del 60% dei suoi esemplari.

Altrettanto sconfortanti sono i dati del rapporto WWF del 2019 “Below the canopy” sulle popolazioni di animali selvatici che vivono nella foresta pluviale amazzonica, secondo i quali i due terzi delle specie rischiano l’estinzione a causa degli incendi dello scorso anno.

Per la salvaguardia delle zone umide internazionali occorre un uso razionale delle loro acque e l’integrazione del rischio climatico nei processi decisionali pubblici e privati di tutte le nazioni. In mancanza, assiteremo all’avanzata della desertificazione, a carestie e siccità che costringeranno l’uomo e gli animali a migrare verso territori più umidi.

A tal proposito, lo scorso 7 gennaio, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che, quando gli effetti della crisi climatica minacceranno la tutela dei diritti dell’uomo, sorgerà l’obbligo da parte delle nazioni di non respingere chi fugge da tali situazioni per cercare un luogo più sicuro, configurandosi così un nuovo legittimo motivo per richiedere ospitalità: il diritto d’asilo per ragioni climatiche.

Il CNDDU ritiene che la conoscenza e la consapevolezza dell’importanza ecologica, sociale ed economica della conservazione delle zone umide sia di vitale importanza per tutta l’umanità e promuove la diffusione della conoscenza delle zone umide d’importanza internazionale riconosciute ed inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar e, non di meno, di quelle in attesa di inserimento preferendole quali mete di uscite didattiche ovvero come argomento per eventi informativi con esperti.

Gli alunni potranno ammirare la bellezza e la ricchezza dell’avifauna acquatica e della vegetazione che ospitano, apprendere le fondamentali funzioni che svolgono per il benessere dell’uomo e dell’ambiente ed appassionarsi alle attività sportive, ricreative ed escursionistiche che si possono svolgere nelle zone umide.

Propone altresì l’istituzione presso l’ONU di una task force ambientale che possa creare una rete fra tutte le figure attualmente impegnate, a livello globale, nella tutela ambientale creando così una sinergia di voci e di intenti per dare vita ad un coeso e nuovo corso del rapporto tra uomo e ambiente.

L’avamposto della lotta ai cambiamenti climatici è l’educazione e la rieducazione ambientale, per questo il CNDDU avvia la costituzione di una rete permanente tra le scuole italiane del territorio e quelle del contingente estero, per condividere i progetti didattici e le esperienze vissure dagli studenti.

Dallo scambio di informazioni e dal confronto delle diverse realtà in cui si trovano, docenti e studenti coinvolti acquisiranno migliore consapevolezza dell’importanza della salvaguardia delle zone umide e dell’uso razionale e responsabile delle risorse idriche, per essere custodi attivi di quello che potremmo definire l’habitat sentinella dei cambiamenti climatici.

D’altronde se, come intuito da Darwin, ogni forma di vita sulla terra ha avuto origine da uno stagno è da lì che bisogna ripartire per assicurarne la conservazione.

Prof. Veronica Radici

Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani

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