Dalla Gran Bretagna alla Norvegia, passando per le aule giudiziarie di New York e le spiagge australiane, gli occhiali intelligenti sono diventati il nuovo fronte di scontro per la tutela del consenso e della riservatezza nello spazio pubblico. Con un mercato globale in forte espansione — cresciuto del 167% su base annua nel primo trimestre del 2026 secondo le stime di Idc — gli smart glasses dotati di intelligenza artificiale integrata si candidano a potenziale erede dello smartphone, spinti dalle sinergie tra colossi tech come Meta ed EssilorLuxottica, oltre alle soluzioni sviluppate da Snapchat, Xiaomi e all’imminente partnership tra Google e Samsung.
L’adozione di massa ha tuttavia generato un’immediata reazione istituzionale e sociale di tipo difensivo. Nel Regno Unito, l’ente HMCTS (His Majesty’s Courts & Tribunals Service) ne ha disposto la consegna obbligatoria all’ingresso e la custodia preventiva per l’intera durata della permanenza negli edifici giudiziari di Inghilterra e Galles, allineandosi a provvedimenti analoghi già operativi nelle corti di New York. La misura preventiva scaturisce dall’impossibilità tecnica di rilevare in tempo reale registrazioni audio-visive non autorizzate o interferenze esterne mediante sistemi di intelligenza artificiale durante le udienze.
Analoghi divieti di carattere privato o amministrativo stanno interessando locali pubblici, catene di ristorazione, teatri e uffici governativi in Australia e Olanda, dove persino una primaria catena di ottica ha temporaneamente sospeso la vendita dei Ray-Ban Meta. In ambito regolatorio, la Norvegia valuta restrizioni temporanee e il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB) ha commissionato uno studio dedicato sull’accettabilità sociale dei dispositivi wearable.

Foto di Pete Linforth da Pixabay
Fronteggiare il nodo del consenso attraverso bandi indiscriminati rappresenta tuttavia un approccio rischioso e concettualmente errato. Come evidenziato dall’ingegner Claudio Conti, Direttore dell’Osservatorio XR Technologies & Immersive Experience del Politecnico di Milano, la risposta normativa non deve colpire il supporto hardware in quanto tale, bensì disciplinare puntualmente i singoli moduli funzionali critici: l’acquisizione biometrica e il riconoscimento facciale in tempo reale, la registrazione continua di flussi ambientali e l’impiego delle immagini catturate negli spazi pubblici per l’addestramento di modelli generativi di intelligenza artificiale. Per evitare la frammentazione del mercato interno in ventisette regimi nazionali differenti, l’intervento legislativo deve necessariamente avvenire a livello dell’Unione Europea, coordinandosi con il quadro normativo dell’AI Act e del GDPR.
L’evoluzione tecnologica sta peraltro già rispondendo alle riserve etiche attraverso scelte di architettura hardware mirate. La recente introduzione da parte di Meta dei Ray-Ban Meta Audio privi di fotocamera e l’integrazione di LED indicatori visivi anti-manomissione durante l’acquisizione di foto e video — assieme alle soluzioni sviluppate da startup quali Even Realities o Pocket — dimostrano come il settore stia virando verso paradigmi di privacy by design.
In un ecosistema dove la tecnologia evolve a ritmi accelerati, la garanzia della riservatezza e la trasparenza algoritmica cessano di essere meri vincoli normativi per trasformarsi nel principale fattore competitivo per affermarsi sul mercato europeo.
Fabrizio Pace