Dieci anni dopo il fallito golpe del 2016, la Turchia si presenta come un Paese profondamente trasformato. Le epurazioni che seguirono al tentativo di rovesciare il governo hanno ridisegnato l’assetto delle istituzioni, delle Forze armate e della magistratura, mentre la riforma costituzionale approvata nel 2017 ha consolidato un sistema presidenziale che concentra nelle mani del capo dello Stato un potere senza precedenti nella storia repubblicana. Secondo gli analisti, la leadership turca ha rafforzato se stessa attraverso un controllo capillare della politica e dello spazio pubblico, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare tensioni interne e minacce esterne.
Le relazioni con l’Occidente, spesso segnate da critiche sul deterioramento dei diritti e delle libertà, si muovono oggi in un contesto internazionale mutato, dove la sensibilità verso questi temi appare meno centrale. In questo scenario, Ankara ha celebrato il decennale del golpe con una serie di eventi ufficiali che raccontano non solo la memoria di una notte cruciale, ma anche la traiettoria politica che ne è seguita.

Foto di Valeria Ferraro
Per comprendere come questa commemorazione sia stata vissuta sul terreno, abbiamo raccolto la testimonianza della fotografa freelance e specialista in studi sulla Turchia contemporanea, Valeria Ferraro, presente nella capitale durante le cerimonie. Il suo sguardo restituisce la dimensione visiva, sociale e simbolica di un anniversario che continua a definire la Turchia contemporanea.
Quando sei arrivata ad Ankara per le commemorazioni, qual è stata la tua prima impressione della città e dell’atmosfera generale?
L’arrivo ad Ankara ha confermato l’impressione avuta qualche anno fa: di trovarsi in una capitale moderna, in continua evoluzione. In concomitanza alle celebrazioni per il 10mo anniversario del tentato colpo di Stato del 2016, strade e palazzi sono stati decorati con numerosi cartelloni, doppie immagini di Atatürk e Erdoğan sulle vetrate dei grattacieli e manifesti del documentario “Una notte lunga un secolo” (Asırlık Gecesi), che s’ispira al testo di Hüseyin Aydın sul susseguirsi degli eventi della notte tra il 15 e il 16 luglio 2016. Nonostante le scritte fossero soprattutto in turco, era abbastanza chiaro anche ad un visitatore di passaggio che in quei giorni si celebrava un momento ritenuto significativo per i cittadini turchi. Nel bene e nel male, quella “notte lunga un secolo” ha segnato uno spartiacque nella storia nel Paese e nei successivi cambiamenti socio-politici.
Quali simboli, scenografie o elementi visivi hai osservato che comunicano il potere accentrato del presidente e della struttura istituzionale post‑2016?

Museo della Democrazia ad Ankara – Foto di Valeria Ferraro
L’elemento che ha colpito, a primo impatto sono stati i numerosi cartelloni e i banner, sia ad Ankara che ad Istanbul, dove ci siamo recati i giorni 16 e 17 luglio. Per chi arriva nella capitale uno degli elementi-simbolo del presidente è l’enorme Complesso Presidenziale (Cumhurbaşkanlığı Külliyesi) nel quartiere di Beştepe, con edifici che richiamano l’architettura del palazzo imperiale di Topkapi. Nel giardino del complesso si trova il museo della Democrazia del 15 luglio (15 Temmuz Demokrasi Müzesi), inaugurato nel 2021, per trasmettere ai giovani la memoria dell’“eroica resistenza” al tentativo di golpe del 2016.
Altrettanto significativa, a livello visuale, è stata la scenografia per la cerimonia di commemorazione svolta il 15 luglio nel “giardino della nazione” ( Başkent Millet Bahçesi), inaugurato nel 2025, dove alla presenza di alcune autorità si sono susseguiti dei momenti di intrattenimento musicale, la recita della sela (l’invocazione religiosa recitata anche la notte del tentato colpo, per richiamare i cittadini in strada) e lo stesso discorso del presidente. La presenza di figuranti in costume, che rappresentavano sia soldati del periodo selgiuchide che ottomano, era uno chiaro richiamo alla continuità storica con il passato e rappresentative di un’eredità politico-culturale che il partito al governo ha sempre rivendicato.
Nei volti e nei comportamenti delle persone presenti, cosa hai colto riguardo al modo in cui la società turca vive oggi la memoria del golpe e le epurazioni degli anni successivi?

Sede TRT (Radio e Televisione Turca) ad Ankara – Foto di Valeria Ferraro
Dalle parole e dalle espressioni di una buona parte delle persone incontrate nei giorni del media tour, organizzato dalla Direzione per le Comunicazioni per il 10mo anniversario, è stato possibile notare come sia pertinente la definizione di trauma sociale. Come ha, efficacemente e sinteticamente, detto il vicedirettore di TRT (Radio e Televisione Turca), durante l’incontro presso la sede centrale il 15 mattina, ricordare gli eventi della notte del 15 luglio 2016 evocano “rabbia e dolore, ma anche orgoglio”. Per chi è stato testimone diretto, come un cittadino che ha partecipato alla resistenza sul ponte ad Istanbul o per chi ad Ankara ha provato ad andare in difesa del Parlamento, c’era una reale convinzione della necessità di fare qualcosa in difesa della loro “patria”. Tra i commenti più ricorrenti c’erano quelli di orgoglio per la reazione di massa di quanti hanno partecipato alle “notti della democrazia”, in difesa delle istituzioni statali. Da questo punto di vista, il ricordo della notte del tentato golpe diventa un leit motiv della narrazione sull’unità nazionale. In dieci anni questa narrazione è diventata prevalente tra quanti celebrano il “giorno della democrazia e dell’unità nazionale”, consolidandosi nella memoria pubblica e diventando una sorta di avvertimento per quanti sono ritenuti responsabili di attentati all’unità della nazione e alle organizzazioni/associazioni, soprattutto quelle con sedi all’estero, considerate una minaccia per lo Stato e il governo. Il ricordo costante dei 253 “martiri”, caduti in quei giorni e la presenza degli eroi (gazi) alle cerimonie è servito anche a ricordare la difesa dei valori nazionali, a costo della propria vita.
Se il tema delle epurazioni, nel contesto visitato, non è stato centrale, è stato abbasta evidente il sentimento di condanna sociale per chiunque rappresenti un rischio per la sicurezza della nazione.
Come hai percepito la gestione dello spazio pubblico da parte delle autorità durante le commemorazioni? Ci sono stati controlli, restrizioni o protocolli che hanno influenzato il tuo lavoro?

Cisterna ad Istanbul – Foto di Valeria Ferraro
Durante i giorni delle celebrazioni, ad Ankara prima e ad Istanbul poi non ho rilevato particolari restrizioni durante il nostro lavoro o, almeno, niente che non fosse già preventivabile. Le misure di sicurezza adottate durante le visite e, in particolare, quelle durante lo svolgimento della cerimonia nel Giardino delle Nazioni sono state, prevalentemente, quelle adottate durante qualsiasi grande evento alla presenza del Capo di Stato. Per gli altri eventi, almeno per i luoghi visitati, ci sono stati i soliti protocolli di sicurezza, nonostante i numerosi eventi nei diversi spazi pubblici delle due città visitate: Ankara e Istanbul. Quel che, sicuramente, ha colpito è stato il notevole numero di attività previste nei vari programmi: dalle esposizioni in luoghi istituzionali e pubblici, spettacoli con i droni, marcia ad Istanbul, un lungo elenco che, comunque, comporta una diversa gestione dello spazio pubblico per poter permettere la partecipazione di un certo numero di partecipanti. Strade, ponti, giardini pubblici e, soprattutto i luoghi dove ci sono stati gli scontri con i golpisti, sono diventati parte della stessa scenografia commemorativa. Però, c’è da dire anche che, durante il media tour abbiamo avuto modo di visitare anche i luoghi più “classici”, come la moschea di Aya Sofya (l’antica basilica di epoca giustinianea), la Moschea blu e la cisterna ad Istanbul. Un tour che ha permesso di ricollegare passato e presente e, anche di osservare la presenza di controlli e sicurezza e ricordare come tra il 2015 e il 2016, a causa dei numerosi attentati, per quelle stesse strade si girava con un certo timore.
Nelle conversazioni che hai avuto con cittadini, militari o funzionari, quali impressioni hai raccolto sul rapporto attuale tra Turchia e Paesi occidentali?

Foto di Valeria Ferraro
Parlando del rapporto attuale tra Turchia e Paesi occidentali, il primo pensiero è sui cartelli sul recente summit Nato, ancora visibili ad Ankara. L’impressione, soprattutto durante gli incontri istituzionali, è di orgoglio per la crescita del Paese rispetto agli anni dei precedenti colpi di Stato (1960, 1971, 1980). Come affermato sia dal vicedirettore di TRT (Radio e Televisione Turca), Ahmet Görmez, e dal governatore d’Istanbul, Davut Gül, nella Turchia del 2016 e quella attuale non sarebbe più possibile una destituzione del potere come in passato e questo anche per il ruolo di coinvolgimento dei cittadini. Lo stesso orgoglio è espresso quando si passa al contesto internazionale ma, altrettanto sentito, è il sentimento di sospetto verso le organizzazioni straniere e verso chi ha dato ospitalità al predicatore spirituale Fethullah Gülen, ritenuto a capo dell’organizzazione terroristica composta dai suoi sostenitori (Fetullahçı Terör Örgütü -FETÖ). A seguito del tentato colpo di Stato, la Turchia ha chiesto più volte l’estradizione di Gulen dagli USA, dove si era rifugiato e morto nel 2024.
Nel discorso del Presidente ad Ankara, invece, c’è stato un chiaro riconoscimento del legame con i Paesi che, invece, vedono la Turchia come un modello da seguire. Anche per loro, secondo quanto affermato dal Presidente, è necessario che la Turchia continui a “difendere” la propria democrazia.
Quali fotografie ritieni più rappresentative di ciò che hai visto ad Ankara e che cosa raccontano della tensione tra memoria del golpe, narrativa ufficiale e vita quotidiana?
Probabilmente una delle prime immagini è quella dello studio di TRT (Radio e Televisione Turca), dove su numerosi pannelli c’erano i corrispondenti che, dalle varie città, raccontavano le celebrazioni in corso mentre, dietro, passavano le immagini della “lunga notte” del 2016.
Altri due momenti sono delle scene viste nei due musei, ad Ankara e ad Istanbul.

Museo della Memoria ad Ankara – Foto di Valeria Ferraro
Il primo museo, quello di Ankara, ricrea gli ambienti e i suoni dove sono avvenuti gli attacchi della notte del golpe. C’è, però, un’area esterna dove alcune statue rappresentano le persone, i cittadini comuni, che sono morti per i propri valori. Durante le giornate commemorative, quello spazio è stato riempito da famiglie e altri cittadini comuni venuti in visita anche da altre città. Allo stesso modo, al museo della memoria d’Istanbul, l’immagine più viva è quella di un ragazzo che accompagna i nonni, raccontando la storia degli oggetti esposti nelle vetrine, uno dei quali è il cellulare della giornalista della CNN, Hande Firat, usato per l’appello di Erdogan ai cittadini.
Che cosa ti ha colpita di più, sia professionalmente sia umanamente, nel documentare questo anniversario?
Professionalmente è stata un’occasione per osservare personalmente quanto riportato nel programma ufficiale del media tour, ovvero visitare dei luoghi chiave e ascoltare delle testimonianze ufficiali su quanto successo “la notte lunga un secolo”. A livello fotografico è stato un modo per mettere altri tasselli a quella che è la documentazione fotografica degli spazi musealizzati in Turchia e sull’evoluzione del paesaggio socio-culturale negli anni di governo dell’AKP. A livello umano, direi, la presa di coscienza che per provare a comprendere un evento che, comunque, sarà riportato nei testi di storia sulla Turchia, bisogna poter ascoltare tutte le versioni e, applicando anche una sospensione del giudizio, prendere atto di quanto provato da chi ha vissuto quelle lunghe ore d’incertezza, sgomento e paura la notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, rispettando -oggi- il ricordo e, soprattutto, il sacrificio di quanti oggi non ci sono più.