In un contesto professionale e personale sempre più complesso e competitivo, la capacità di affrontare le sfide, gestire gli errori e sviluppare fiducia in sé stessi assume un’importanza crescente. Ne parliamo con Antonio Pucci, Executive Coach certificato PCC dall’International Coaching Federation (ICF), con oltre 25 anni di esperienza manageriale in aziende multinazionali, anche in ruoli di direzione finanziaria come CFO (Chief Financial Officer).
Oggi affianca manager, professionisti e sportivi nei loro percorsi di crescita e sviluppo della leadership. Nuotatore master e appassionato di sport, Pucci porta nel coaching una prospettiva che unisce l’esperienza manageriale, la conoscenza delle dinamiche organizzative e la pratica sportiva. E’ co-fondatore di The Blue Flow, una società Benefit che si occupa di Coaching e di Leadership.
Chi è il mental coach e di cosa si occupa?
Il mental coach è un professionista che accompagna le persone nello sviluppo delle proprie risorse, aiutandole ad acquisire maggiore consapevolezza dei propri comportamenti, delle convinzioni e delle abitudini che possono favorire oppure ostacolare il raggiungimento degli obiettivi. Il coaching non consiste nel fornire consigli o soluzioni preconfezionate.
Attraverso domande, ascolto e riflessioni strutturate, il coach stimola la persona a individuare nuove prospettive e a tradurle in comportamenti e azioni concrete. Nella mia esperienza di Executive Coach, dopo molti anni trascorsi in ruoli manageriali, ho imparato che spesso le persone possiedono già molte delle risorse necessarie per affrontare una sfida. Il punto è riuscire a riconoscerle e utilizzarle efficacemente.
Quando una persona dovrebbe rivolgersi a un mental coach?
Non è necessario trovarsi in un momento di crisi o di difficoltà. Anzi, molte persone intraprendono un percorso di coaching proprio perché desiderano crescere ulteriormente, anche quando stanno già ottenendo buoni risultati.
Può trattarsi di un manager che vuole sviluppare la propria leadership, di un professionista che desidera affrontare un cambiamento di carriera, di un atleta che vuole migliorare le proprie prestazioni o semplicemente di una persona che vuole acquisire maggiore fiducia in sé stessa.
Un aspetto che ritengo particolarmente interessante è che anche persone di grande esperienza e successo possono incontrare difficoltà nel gestire determinate situazioni. Essere competenti non significa avere sempre tutte le risposte. Il coaching offre uno spazio di riflessione in cui fermarsi, osservare le situazioni da prospettive differenti e individuare nuove possibilità di azione.
Cos’è esattamente il mindset?
Il mindset è l’insieme degli atteggiamenti mentali e delle convinzioni attraverso cui interpretiamo noi stessi, le nostre capacità e ciò che ci accade. Due persone possono vivere la stessa esperienza e attribuirle significati completamente differenti. Un errore, per esempio, può essere interpretato come la dimostrazione della propria incapacità oppure come un’informazione utile per migliorare. Lavorare sul mindset significa anche imparare a distinguere ciò che facciamo da ciò che siamo.
Se uno studente prende un brutto voto in matematica, significa che in quella prova non ha ottenuto un buon risultato. Non significa che sia una persona incapace. Lo stesso accade nel mondo manageriale. Una decisione sbagliata non rende necessariamente un manager inadeguato. È importante analizzare l’errore, comprenderne le cause e imparare dall’esperienza, senza trasformarlo in un giudizio sul proprio valore personale.
Quali sono i principali ostacoli all’autostima?
Uno degli ostacoli più frequenti è rappresentato dalle convinzioni negative che sviluppiamo nel corso della vita e che, con il tempo, possono diventare così radicate da essere considerate verità.
Pensieri come “non sono all’altezza”, “non ce la farò mai” oppure “gli altri sono migliori di me” possono condizionare le nostre scelte e i nostri comportamenti, fino a generare vere e proprie profezie che si auto-avverano. Pensiamo a un professionista che, pur avendo le competenze necessarie, rinuncia a candidarsi per una posizione di maggiore responsabilità perché non si sente sufficientemente preparato.
In questo caso non sono necessariamente le sue capacità a limitarlo, ma la percezione che ha di sé stesso. Anche il linguaggio che utilizziamo nel dialogo interiore ha un ruolo importante. Dire “ho commesso un errore” è molto diverso dal dirsi “sono un fallimento”. Nel primo caso descriviamo un comportamento sul quale possiamo intervenire. Nel secondo formuliamo un giudizio globale su noi stessi.
È davvero possibile migliorare l’autostima?
Assolutamente sì. L’autostima non è una qualità immutabile: può svilupparsi e rafforzarsi attraverso le esperienze, la conoscenza di sé e il modo in cui impariamo a interpretare successi e insuccessi.
Un elemento fondamentale è riconoscere la propria unicità, imparando a valorizzare i punti di forza senza per questo negare i propri limiti. Esiste una frase di Naval Ravikant che mi piace molto: “Non ci sarà mai nessuno migliore di te a essere te”.
Può sembrare una considerazione semplice, ma racchiude un concetto importante. Molte persone trascorrono una parte significativa della propria vita confrontandosi con gli altri, dimenticando di riconoscere ciò che le rende uniche.
Nel coaching lavoriamo anche su questo: aiutare le persone a riconoscere le proprie risorse e a svilupparle, senza misurare continuamente il proprio valore attraverso il confronto con gli altri.
Qual è il primo passo per costruire maggiore fiducia in se stessi?
Il primo passo è imparare a conoscersi, provando a guardarsi da una prospettiva diversa rispetto a quella abituale. Molte persone sono molto attente ai propri errori e alle proprie debolezze, ma dedicano poca attenzione a riconoscere le capacità e i risultati che hanno già dimostrato di possedere. C’è però un altro aspetto che considero fondamentale: avere fiducia in sé stessi non significa essere convinti di riuscire sempre.
Significa sapere che, anche quando qualcosa non andrà come speravamo, avremo le risorse per affrontare la situazione, imparare e ripartire. Questo vale nello sport come nella vita professionale. Un leader non è una persona che non sbaglia mai, ma qualcuno che sa assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, riconoscere gli errori e continuare a crescere.
Esistono esercizi pratici per allenare la mente?
Certamente. Uno degli esercizi più utili consiste nell’imparare a osservare i propri errori senza trasformarli in giudizi sulla propria persona. Faccio un esempio sportivo. Chi gioca a tennis o a padel, dopo aver sbagliato un colpo, può reagire dicendosi: “Oggi non me ne entra una” oppure “Non sono allo stesso livello dei miei avversari”. Ma se la palla è uscita di cinque centimetri, il fatto oggettivo è semplicemente quello: la palla è uscita di cinque centimetri.
Imparare a circoscrivere l’errore ci permette di analizzarlo e correggerlo, senza attribuirgli un significato negativo più ampio. È un approccio che possiamo applicare anche nel lavoro. Se una presentazione non è andata come speravamo, possiamo chiederci cosa migliorare, invece di concludere che non siamo bravi a comunicare.
Un altro elemento fondamentale è l’accettazione. I grandi atleti sanno che non possono esprimere il massimo delle proprie capacità ogni giorno. Se in una determinata giornata percepiscono di poter rendere soltanto al 60% del loro potenziale, l’obiettivo diventa utilizzare al meglio quel 60%, senza sprecare ulteriori energie a combattere contro una condizione che, in quel momento, non possono cambiare.
Quanto conta la motivazione nel raggiungimento degli obiettivi?
La motivazione è importante, ma da sola non basta. Possiamo essere molto motivati a raggiungere un obiettivo, ma se non traduciamo quella motivazione in comportamenti concreti e costanti, difficilmente riusciremo a ottenere risultati duraturi.
Mi piace pensare che la motivazione ci aiuti a partire, mentre siano la costanza e le abitudini a permetterci di proseguire. Nel coaching, per questo motivo, dedichiamo molta attenzione al passaggio dalla consapevolezza all’azione.
Una riflessione, per quanto profonda, rischia di rimanere fine a sé stessa se non produce qualche cambiamento nel nostro modo di affrontare le situazioni. Al termine di ogni sessione il cliente individua un’azione concreta da sperimentare nella propria quotidianità.
Nell’incontro successivo possiamo riflettere su ciò che è accaduto, sulle difficoltà incontrate e su eventuali aggiustamenti. È un processo di apprendimento continuo. Lo vedo anche nello sport: non è il singolo allenamento particolarmente brillante a determinare una buona prestazione, ma la qualità e la continuità del lavoro svolto nel tempo.
Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare ai nostri lettori?
Vorrei invitare i lettori a non sottovalutare le risorse che possiedono e, soprattutto, a non permettere che le proprie paure diventino automaticamente dei limiti. A questo proposito mi piacerebbe raccontare un episodio personale, particolarmente legato al territorio di Reggio Calabria. Diversi anni fa partecipai per la prima volta alla Traversata dello Stretto di Messina a nuoto. Ricordo che, mentre ci trasportavano in barca verso la Sicilia, chiesi agli altri nuotatori se anche loro, come me, avessero paura delle acque profonde, delle meduse o addirittura degli squali. Con mia sorpresa, tutti risposero di sì.
Dopo pochi minuti stavamo ridendo insieme delle nostre paure. Avevamo scoperto che quelle sensazioni, che ciascuno di noi probabilmente considerava molto personali, erano in realtà condivise. Quella consapevolezza cambiò il mio modo di affrontare la traversata.
Da allora ho attraversato lo Stretto altre cinque volte e il rapporto con quelle paure è cambiato profondamente. Quell’esperienza mi ha insegnato qualcosa che considero importante anche nel coaching: il coraggio non è necessariamente l’assenza di paura, ma la capacità di affrontare una sfida anche quando la paura è presente. Credo che molte persone abbiano dentro di sé risorse che non hanno ancora avuto occasione di scoprire. Investire nella propria crescita personale significa anche concedersi la possibilità di scoprirle.
In una frase, cos’è il mental coaching?
“È un percorso che ti aiuta a superare i limiti che credi di avere, per scoprire e sviluppare le possibilità che ancora non riesci a vedere.”
Fabrizio Pace