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Dario Zema, dall’Italia al Regno Unito: l’inglese si impara in scena

Nel Summer Camp di Comuni-co in Puglia il performer reggino guida l’area performativa, intrecciando teatro, movimento, canto e lingua inglese in un percorso educativo internazionale

by Katia GermanòKatia Germanò
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Formazione, arti performative e didattica: il viaggio professionale di un artista che porta i bambini sul palco per imparare l’inglese attraverso la creatività

Si è conclusa in Puglia l’edizione 2026 dell’English Summer Camp di Comuni‑co, società britannica attiva nella formazione linguistica e negli scambi tra Italia e Regno Unito. Dal 23 agosto al 4 settembre, tra Pietramontecorvino e Troia, bambini dai 6 ai 13 anni hanno lavorato con un team internazionale composto da Concetta Fordham, fondatrice di Comuni‑co, dall’artista anglo‑neozelandese Maree Choie e dal performer reggino Dario Zema, docente con esperienza in contesti europei e anglosassoni.

 

Il filo narrativo scelto per il laboratorio è stato l’universo di Paddington, che ha permesso di intrecciare lettura, scrittura, disegno, costruzione, canto, ritmo, movimento e gioco all’apprendimento dell’inglese. A Pietramontecorvino il percorso si è concluso con una open class diretta da Zema, che ha ideato la cornice narrativa e curato la regia; a Troia, presso la Biblioteca Comunale Francesco Paolo Marasca, 36 bambini hanno lavorato in gruppi con rotazione delle attività.

La collaborazione tra Zema e Comuni‑co nasce nel 2025, quando il performer entra nel Summer Camp come assistente nel laboratorio dell’attore britannico Kolade Agboke, interprete del National Theatre di Londra. Il ruolo si estende al canto con Alex Agboke, alla danza con Rhema Agboke e al supporto alla regia nel musical finale ispirato a Billy Elliot. Le referenze ottenute e il lavoro sul campo portano nel 2026 a una chiamata diretta come docente, con autonomia nell’area performativa e responsabilità della regia.

Di seguito, l’intervista.

Nel Summer Camp avete intrecciato inglese, movimento, canto e teatro. In che modo le arti performative possono diventare uno strumento efficace per l’apprendimento linguistico nei bambini?

«Abbiamo usato l’inglese come lingua di lavoro per cantare, muoversi, costruire, leggere, interpretare, seguire un ritmo e risolvere problemi scenici. La parola entra in rapporto con significato, suono, gesto e intenzione, alleggerendo la percezione del compito scolastico: una frase cantata o associata a un movimento viene ascoltata, imitata, collegata a un’azione e progressivamente fatta propria. Anche la pronuncia è passata attraverso ritmo, battito delle mani, movimento e ripetizione, mentre Paddington teneva insieme tutto dentro una cornice narrativa comune».

La restituzione finale di Pietramontecorvino ha richiesto ai bambini di affrontare voce, ritmo, spazio e sequenze sceniche. Qual è stato l’aspetto più complesso da guidare e quale invece ha rivelato maggiormente il loro potenziale?

«La difficoltà maggiore è stata coordinare richieste simultanee. Per molti era una delle prime esperienze reali su un palco e posizione, oggetti, sequenza, compagni, pubblico, voce ed emozione andavano gestiti insieme. Ho lavorato su riferimenti concreti, entrando in scena quando serviva, perché potessero osservare, imitare e diventare progressivamente autonomi. Mi ha colpito la rapidità con cui regole di spazio, ascolto e sequenza diventavano strumenti di costruzione comune, fino ad assorbire e trasformare anche gli imprevisti senza interrompere la scena».

La collaborazione con Comuni‑co nasce nel 2025 e si intreccia con un interesse per il mondo britannico che caratterizza anche il tuo percorso di ricerca. Che cosa ti interessa maggiormente di quel contesto culturale e che cosa senti di portare nel tuo lavoro in Italia?

«Il rapporto con il Regno Unito accompagna da tempo ricerca e lavoro, alimentato anche dalle reminiscenze familiari sulle ascendenze normanne dei miei nonni siciliani e da un interesse coltivato negli anni per storia e cultura inglesi. Ho dedicato una delle mie tesi alla costruzione mitico‑simbolica dell’identità nazionale britannica e l’altra alla dimensione visiva del teatro shakespeariano; mi interessa come storia, cultura, lingua e identità continuino ad agire nel presente attraverso le arti. Nel 2025 ho lavorato a Londra per il Premio Mondiale di Poesia Nosside presso il Consolato Generale d’Italia, curando letture sceniche con interventi sonori e visivi, e più recentemente ho ricevuto una borsa di studio per un Master in Creative Arts alla University of Lincoln. Nel mio lavoro ricerca, formazione e pratica artistica restano così in dialogo tra linguaggi e contesti diversi».

Il tuo percorso attraversa musica, teatro, visualità e didattica. Quali direzioni senti oggi più urgenti nella tua ricerca performativa?

«Il mio percorso nasce molto prima della musica. Da bambino disegnavo, scolpivo, inventavo personaggi e scenette, mi interessavano narrazione e montaggio e riproducevo voci, mimiche, posture e timbri assorbiti soprattutto dall’audiovisivo. Quella predisposizione si è sviluppata nel trasformismo scenico e nella mimesi attoriale, cercando la massima credibilità attraverso trasformazione di voce, gesto, postura, ritmo, comportamento e qualità fisica del personaggio. È un approccio vicino alla tradizione stanislavskiana e alla scuola attoriale anglosassone. Nel Summer Camp questa ricerca è entrata anche nella didattica, combinando voce, corpo, musica, immagine, movimento, lingue e scena secondo il bambino, il gruppo e la situazione; oggi prosegue nel lavoro sulla trasformazione performativa e sull’integrazione tra linguaggi».

Il lavoro educativo e performativo richiede una forte componente personale. Qual è l’esperienza che senti abbia inciso di più sul modo in cui oggi ti relazioni ai bambini e alla scena?

«Più di una singola esperienza ha inciso l’aver ricoperto ruoli diversi, da musicista a performer, da studente a docente, da esecutore a responsabile di un gruppo. Con i bambini lo stesso registro non funziona per tutti: qualcuno va coinvolto, qualcuno contenuto, rassicurato o semplicemente ascoltato. Cerco di prenderli sul serio anche nel gioco, con le sue regole, responsabilità e conseguenze concrete. Mediazione interculturale, teatro e pedagogia mi hanno insegnato soprattutto a osservare, entrare in relazione e modulare il comportamento sulla persona che ho davanti».

Nel 2025 eri assistente, nel 2026 sei stato richiamato direttamente nel team docente. Che cosa ha significato questo passaggio?

«È probabilmente l’aspetto professionalmente più significativo delle due esperienze. Nel 2025 ero entrato in un progetto già strutturato affiancando professionisti con esperienza specifica, mentre durante la settimana il mio ruolo si è esteso dalla recitazione al canto, alla danza, alla regia e al lavoro finale. Referenze e nuova chiamata del 2026 hanno trasformato quell’esperienza in responsabilità diretta: quest’anno ho dovuto ideare, scegliere, guidare, adattare e risolvere problemi in tempo reale, riunendo competenze maturate in contesti diversi. Il passaggio più netto è stato dal supporto all’autonomia nella conduzione del lavoro performativo. Per quello che ho sperimentato finora, è anche una conferma del valore di continuare a studiare, investire nella formazione, integrare discipline, lavorare in contesti diversi, viaggiare e rendersi disponibili al confronto anche partendo da ruoli piccoli».

Breve profilo

Zema è laureato in Comunicazione e Didattica dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, con una tesi sulla dimensione visiva del teatro shakespeariano, ed è stato cultore della materia in Regia. Ha una seconda laurea in Mediazione interculturale e il diploma nazionale di educatore teatrale presso l’Istituto Italiano di Pedagogia Teatrale. La sua formazione comprende esperienze in Lituania, Regno Unito e collaborazioni con Paul Allain, Giancarlo Giannini e Massimo Luconi. Ha presentato un proprio progetto su arte, cultura e intelligenza artificiale a Expo 2020 Dubai e sviluppato attività performative tra Europa, Stati Uniti, Cuba e Cina.

Formazione, pratica artistica, insegnamento e mobilità internazionale confluiscono in una ricerca capace di integrare linguaggi e contesti diversi. L’edizione 2026 del Summer Camp ne restituisce la direzione, mostrando come esperienze maturate nel tempo possano trovare una forma comune e generare nuove possibilità professionali.

K.G.

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