Unione fiscale europea: il no dell’Inghilterra tra consensi e disaccordi

Dopo l’autoesclusione dal nuovo trattato europeo sull’unione fiscale che i leader del vecchio continente hanno deciso di lanciare la settimana scorsa, il premier britannico David Cameron sostiene la sua scelta senza mostrare alcun ripensamento o rimorso. Cameron, nonostante persino il nostro Mario Monti abbia tentato di far cambiare idea al premier britannico, non si è lasciato influenzare giustificando la sua mancata firma alla trattativa europea affermando che mancavano garanzie adeguate per la Gran Bretagna. Scelta che agli occhi di tutti è sembrata particolarmente condizionata dagli euro-scettici del partito conservatore inglese e dagli interessi economico-finanziari della City. La riunione di Bruxelles si era conclusa con il clamoroso rifiuto da parte del presidente francese Sarkozy di stringere la mano al suo collega inglese, mentre il cancelliere tedesco Merkel ha dichiarato di rispettare le scelte di Londra, dato che in fondo già nel 1991 aveva deciso di non partecipare al trattato di Maastricht che qualche anno più tardi avrebbe dato vita all’avventura della moneta unica europea.

In Gran Bretagna stessa, tuttavia, sono state diverse le reazioni contro la scelta di Cameron. Dopo la decisione del primo ministro di porre il veto alla riforma dei trattati Ue proposta da Parigi e Berlino per una maggiore disciplina nella politica di bilancio comunitaria, infatti, il vice premier di Londra, il liberal-democratico Nick Clegg, ha duramente criticato la suddetta scelta, dichiarandosi amaramente deluso dal suo premier e seriamente preoccupato in quanto la Gran Bretagna rischia di essere isolata ed emarginata nell’Unione europea. «Sono amaramente deluso dal risultato del summit della  settimana scorsa – ha dichiarato Clegg in un’intervista alla BBC – poiché penso che vi sia il pericolo di un Gran Bretagna isolata e marginalizzata all’interno dell’Unione Europea. Non è una buona cosa per il lavoro, per la City, per la crescita e le famiglie. Sono stato svegliato da una telefonata alle 4 del mattino. Era il premier che mi annunciava il no britannico. Gli ho detto che era un male per il Paese e che non avrei potuto difenderlo».

Filippo Turiano

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