Internet. 72% minori connessi incappa in minacce cyber: cosa fare in Italia - Ilmetropolitano.it

Internet. 72% minori connessi incappa in minacce cyber: cosa fare in Italia

Solo 39% genitori dichiara di parlare di questi episodi con i figli

Image by Pete Linforth from Pixabay

(DIRE) Roma, 17 Nov. – La tutela dei minori online è una questione urgente e ancora sottostimata. Secondo BCG, il 93% dei minori fra 8 e 17 anni navigano su internet a fronte di una quota del 52% che dichiara di sentirli al sicuro online, un ampio 72% dice di aver sperimentato almeno una situazione di rischio. Il problema che si evidenza è che solo il 40% parla con i genitori di questi episodi, sebbene l’80% vorrebbe farlo, segno delle barriere ancora esistenti e derivate dalla paura, ma anche dall’incertezza su cosa sia esattamente un pericolo nel mondo virtuale.

Questo è quanto emerge dal report BCG Why Children Are Unsafe in Cyberspace, che ha raccolto dati su un campione di 41mila fra bambini e genitori in 24 Paesi nel mondo. “Quasi tutti i bambini sono ormai connessi a Internet, specialmente da quando abbiamo fatto ricorso alla didattica online, durante i mesi di lockdown. Basti pensare che l’età media di ingresso sulla rete è di 12 anni” spiega Paola Francesca Scarpa, Managing Director e Partner di BCG. È essenziale affrontare il tema della sicurezza dei bambini nel cyberspazio, sviluppando soluzioni per controllare i rischi associati alla navigazione sul web”.

I bambini non solo sono online, ma ci restano anche tanto. L’81% del campione considerato è su internet tutti i giorni, il 45% per più di tre ore al giorno. Il 72% degli intervistati ha ammesso di aver subito almeno una minaccia informatica. Le più frequenti sono pop-up e pubblicità indesiderate, ma per il 20% emergono anche casi di cyber bullismo e tentativi di approcci sessuali. In alcune parti del mondo il fenomeno risulta più forte. In America Latina, per esempio il 70% dei bambini è già online a soli otto anni, percentuale che scende al 65% nel Medioriente e Nord Africa, al 50% nella regione asiatico-pacifica e al 48% in Europa.

Non sorprende, dunque, che proprio i bambini sudamericani e mediorientali abbiano subito il maggior numero di attacchi e che questi ultimi siano i più controllati dalle famiglie, con ben il 67% dei genitori che afferma di monitorare la loro attività, contro il 50% di quelli in America Latina. Stando ai dati del report, sembra che nessuno sia ancora pronto a gestire la presenza dei nativi digitali sul web. Le famiglie, ad esempio, rappresentano il primo argine alla diffusione dei cyber-attacchi ai minori, ma solo il 39% dei genitori ha dichiarato di aver parlato con i loro figli di questi episodi.

La percentuale di genitori che controlla regolarmente l’attività dei propri figli minorenni è del 60%, ma ancora troppo spesso si pensa che, per prevenire esperienze pericolose, sia sufficiente impostare limiti alla navigazione di internet (cosa che avviene nel 75% dei nuclei intervistati) o cancellare i contenuti (56%), mentre appena il 41% e il 34% degli adulti intervistati si rivolgono alla polizia e informano la scuola in caso di esposizione a rischi da parte dei minori. Anche scuole e organizzazioni nazionali hanno un ruolo nell’assicurare un’esperienza virtuale sicura.

Sono diverse le campagne per aumentare la consapevolezza dei rischi che il mondo virtuale nasconde: circa il 60% dei minori intervistati afferma che il proprio istituto ha in atto programmi sul tema e il 50% di tutti gli intervistati ha affermato di avere visto pubblicità, in televisione o per strada, che sensibilizzavano su questo problema. Ma, come possiamo notare dai dati, non è ancora sufficiente.

“Le iniziative per affrontare questo problema non mancano. A livello mondiale, ci sono almeno 60 organizzazioni con programmi specifici per proteggere i bambini dalle insidie della rete. Ma manca ancora un approccio olistico e sistematico alla questione” continua Scarpa. Secondo lo studio occorre, infatti, una maggiore cooperazione a livello internazionale, per aiutare quei Paesi meno sviluppati e con un approccio più debole al problema, che poi spesso sono anche quelli dove i minori stanno più online. Bisogna poi coinvolgere le società dietro ai siti maggiormente frequentati dai minori, quindi social network, gaming oltre a giganti tech come Apple e Microsoft.

Bisogna “fare sistema”, quindi, anche in senso più ampio e per questo BCG ha una ricetta che coinvolge tutti gli attori chiamati in causa. Le società informatiche devono lavorare su più fronti, dall’aumento degli standard industriali all’introduzione di nuovi standard di sicurezza. Occorre che i legislatori si coordinino a livello internazionale e adeguino, o, nel caso di alcuni Paesi, creino ex novo le normative per un fenomeno che cresce velocemente, non rientra ancora nella priorità che gli spetterebbe, e, soprattutto, non ha confini. Occorre anche proteggere.

Per questo, tutti i Paesi dovrebbero investire nella formazione di figure professionali che siano in grado di aiutare i minori, non solo educandoli a schivare le minacce che possono trovare in rete, ma soprattutto a recuperare quelli che sono stati vittime di attacchi o molestie e che spesso fanno anche molta fatica a parlarne. Devono fare la loro parte anche le scuole e i genitori.

I programmi di prevenzione e sensibilizzazione adottati fino a questo momento non hanno dato i risultati sperati. Occorre incentivare lo scambio di informazioni con le famiglie e creare momenti di approfondimento pensati apposta per loro e non solo per i più piccoli. Gli insegnanti devono rimanere aggiornati in materia di educazione digitale, soprattutto bisogna fare prendere coscienza ai genitori del fatto che il rischio di finire vittime di abusi per i loro figli è alto.

Oltre a metterli in guardia è importante fornire loro le informazioni sulle tecnologie che i più piccoli maneggiano e soprattutto sugli strumenti di controllo dei quali possono servirsi. (Com/Red/ Dire) 04:10 17-11-22

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