Formazione e occupazione nel settore moda, allarme CNA Federmoda: “A rischio le filiere e il Made in Italy” - Ilmetropolitano.it

Formazione e occupazione nel settore moda, allarme CNA Federmoda: “A rischio le filiere e il Made in Italy”

Con Pitti Immagine Uomo, in programma dal 10 al 12 Gennaio, riparte il carosello delle manifestazioni fieristiche del sistema moda ed è questa un’occasione per fare il punto complessivo sul settore. CNA Federmoda ha sviluppato una analisi sul tema in una riunione di Presidenza appositamente dedicata durante la quale l’attenzione si è concentrata sui processi di aggregazione in corso, sull’evoluzione dei consumi e sulle problematiche legate alla formazione e alle politiche per l’occupazione. Il tema dell’attrazione dei giovani all’interno del sistema produttivo è apparso tra i prioritari.

“Occorre una forte azione di promozione del Made in Italy affinché i mestieri della moda diventino attrattivi”: è l’allarme lanciato da CNA Federmoda.

Le stime dalla banca dati Excelsior delineano un orizzonte operativo piuttosto breve: da qui al 2026 mancheranno nel sistema moda nazionale tra gli 80 e i 90mila lavoratori. Si parla di circa 10.000 addetti necessari nel breve termine per via del turnover del personale in uscita causa pensionamento, con ulteriore necessità di addetti per i posti in via di creazione sull’onda del processo di innovazione ed evoluzione del settore.

L’incrocio di alcuni fattori, tra i quali il pensionamento delle persone attualmente occupate e le figure mancanti o introvabili perché ancora da formare, detta i termini dell’attuale emergenza. Senza un’azione immediata, si parla di un sistema industriale e imprenditoriale carente di futuro: il rischio è la perdita del valore del know how che rende il made in Italy un’eccellenza a livello globale.

Il calo di competenze artigianali nelle aziende di moda rappresenta un elemento che richiede una attenta gestione, sia in termini di “passaggio generazionale” che in termini di attrattività del settore: decisivo è l’aspetto della formazione e il coordinamento tra domanda e offerta. Difatti, secondo CNA Federmoda, le riflessioni devono partire non solo dai fattori congiunturali esogeni, ma soprattutto dall’interno.

Da un lato problemi endogeni delle imprese legati al necessario cambio di mentalità funzionale ad accogliere le sfide del futuro e del buon lavoro. Nelle filiere moda, tale criticità produce un effetto moltiplicatore a causa del non pieno perseguimento della sostenibilità economica, soprattutto per la parte a monte e il conto terzi, che ormai da decenni affligge le aziende. Disparità di potere contrattuale e non redistribuzione del valore aggiunto prodotto su tutta la filiera continuano a costituire dei consistenti squilibri economici settoriali.

Dall’altro, il periodo storico che vede una evoluzione dell’approccio al lavoro. Nell’epoca della predominanza tecnologica, le generazioni native digitali ambiscono a fare e creare invece che a condividere e distribuire: lo spostamento del baricentro è nel fare individuale a servizio della collettività attraverso nuove forme di collaborazione e nuovi schemi di azione. In ciò incide anche una rinnovata visione delle radici del sistema di educazione scolastica con la sempre più assente disciplina dedicata ai lavori manuali e ai laboratori, soprattutto nei primi livelli del sistema educativo. Sarebbe auspicabile l’immediata attivazione, invece, di un sistema duale piuttosto che modelli basati sull’alternanza scuola-lavoro.

Quali le azioni? Secondo CNA Federmoda, centrale è l’importanza di ripristinare un sistema educativo-scolastico in grado di formare ad una visione olistica re-introducendo materie in grado di guardare non solo all’educazione tecnologica, ma anche all’educazione tecnica; progetti scolastici funzionali a formare e attrarre giovani, formare eccellenze da inserire nel mondo del lavoro, creando uno stretto legame con le comunità produttive locali ampliando i corsi e massimizzando l’operatività di ITS e IFTS.

Per quanto riguarda gli strumenti formativi da mettere in campo gli interventi devono riguardare:

  • Formazione continua in accordo con gli ITS e con competenze specifiche andando ad agire sull’offerta formativa dei corsi;
  • Formazione on the job (sul posto di lavoro) che incentivi la formazione all’ingresso dell’azienda e corsi periodici per il mantenimento e il rinnovo delle competenze;
  • Riattivazione borsa lavoro;
  • Attivazione piano formativo per ricambio generazionale e di affiancamento tra personale aziendale in via di pensionamento con nuovo personale in sostituzione che entra in azienda;
  • Attivazione di percorsi di formazione destinati ai migranti al fine di integrare la loro necessità di integrazione socio-lavorativa con la carenza di figure necessarie per la manifattura.

Per ciò che riguarda il rapporto con la scuola, occorrono sinergie permanenti con gli istituti tecnici e professionali locali per favorire l’apertura di nuovi corsi professionali e rilanciare gli istituti professionali anche attraverso campagne di sensibilizzazione che parlino ai giovani del settore manifatturiero (industria e artigianato) e della moda, facendo leva sul valore artistico e la qualità dei pezzi unici creati da chi lavora nel comparto.

La sinergia dei progetti aziendali, le politiche aggregative, vanno inserite in un disegno di politica industriale.  Difatti, è al contempo necessario realizzare una formazione congiunta sostenuta dal pubblico e da tutti i soggetti che costituiscono la filiera, propedeutica ad un’analisi dei dati (non più sommatoria di osservatori delle parti, ma osservatorio unico di numeri e bisogni), e di uno schema di visione avvalendoci del supporto degli atenei, approfondimenti congiunti e tavoli di confronto permanenti utili a future analisi, proposte e rendicontazioni.

Altro tema riguarda l’incentivo alle aggregazioni fra micro imprese e i vincoli di accesso al capitale.

La capacità delle PMI di crescere e di affrontare nuove sfide economiche dipende dal loro potenziale di investire in ristrutturazione, innovazione e qualificazione, e aggregazione. Gli investimenti hanno bisogno di capitale e quindi di accesso ai finanziamenti.

I fattori che influenzano l’accesso ai finanziamenti da parte delle PMI sono la struttura del settore finanziario, la consapevolezza delle opportunità di finanziamento, i requisiti di garanzia e i servizi di supporto alle piccole imprese, dove tutti questi fattori sono sempre più correlati alla dimensione aziendale: il settore finanziario generalmente facilita le aggregazioni per le imprese che superano i 10 milioni di euro di fatturato annuo, permettendo pertanto la costituzione di gruppi che assorbono il mercato sia a livello di domanda di prodotto che di offerta di manodopera di fatto creando dei consistenti svantaggi competitivi per le imprese di micro dimensioni.

La facilità di accesso ai finanziamenti è tipicamente correlata alle dimensioni dell’azienda, il che significa che più piccola è l’azienda, più difficile è attingere alle opzioni di finanziamento esterno. Questo può essere dovuto a molte ragioni, tra cui tassi più alti di informalità tra le imprese più piccole, un profilo di rischio percepito più alto, meno opzioni di garanzia e una minore capacità di gestione contabile e finanziaria.

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