Palestina/Israele: serve un corpo civile di pace 

Ramonda: «Siamo presenti in quelle terre da 12 anni con l’Operazione Colomba. La pace è possibile. Chiediamo al Governo italiano di attivarsi per promuovere un corpo civile internazionale nonviolento» – Testimonianze sul campo.

L’escalation di violenza nei Territori Occupati Palestinesi e in Israele sta portando solo a delle mortiPapa Giovanni inaccettabili. Questo dimostra la sconfitta totale della politica, appiattita e schiacciata su posizioni militari. «Come Comunità siamo presenti in Israele/Palestina da 12 anni, con Operazione Colomba, il corpo civile di pace che sostiene e dà voce alla resistenza nonviolenta dei Palestinesi e a percorsi di dialogo e riconciliazione tra Israeliani e Palestinesi – dichiara Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII – . Proprio grazie a questa nostra esperienza possiamo dire che in nessuna situazione si può ragionare con la categoria della vendetta. Quella della violenza e delle armi è una strada già battuta, inutile e deleteria: mai attraverso queste sarà possibile costruire la pace». «Chiediamo al Governo italiano, in forza anche del suo attuale ruolo internazionale, di impegnarsi seriamente per promuovere l’intervento di un corpo civile di pace internazionale nonviolento nei Territori Palestinesi – prosegue Ramonda –. Oggi in Palestina e Israele i semi della pace ci sono, ma non ci sono invece le condizioni per nutrirli. È qui che va operato il cambiamento, attingendo a quelle esperienze di nonviolenza attiva che già hanno dimostrato la loro efficacia in vari conflitti». I volontari di Operazione Colomba vivono in Cisgiordania, dove operano a fianco del Comitato di resistenza popolare nonviolenta delle colline a sud di Hebron: «La situazione qui è preoccupante – racconta un volontario. – Nonostante qui non siano successi fatti gravi negli ultimi 3 giorni, la popolazione locale è molto in apprensione e spaventata. Si aspetta che militari e coloni israeliani possano dare inizio a una fase di violenza massiccia nell’area. Molti pastori che ogni giorno scortiamo in maniera non armata nelle attività quotidiane stanno in casa e non si avvicinano alle zone di lavoro adiacenti alle colonie e agli avamposti israeliani per paura di attacchi che possano attentare alla loro incolumità». Un membro del Comitato Popolare delle South Hebron Hills: «Non è facile ma i Palestinesi dell’area hanno la forza e la volontà per continuare a vivere qui. Ogni sera ci incontriamo nei diversi villaggi, informiamo la gente di quello che sta accadendo e insieme parliamo di cosa possiamo fare».

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