Il mare di campagna

bambini che si tuffanoIl caldo era arrivato prorompente. Il lavoro dei guardiani del Consorzio irriguo si era fatto ancora più intenso. Tutti i giardini erano rigogliosi di frutti ed ortaggi in piena maturazione. C’era bisogno di acqua, di tanta acqua. La battaglia si annunciava, anche quell’anno, estenuante. La battaglia tra necessità di bere e necessità di irrigare i campi. Lungo la fiumara del Calopinace, risalendone il letto verso San Vincenzo di Pavigliana, vi erano le opere di presa dell’acquedotto comunale che serviva il paese, e le opere di presa del canalone del Consorzio irriguo. Lì si sarebbe giocata, per tutta l’estate, la dura lotta tra bere o dissetare le piante. Infatti, la poca acqua che rimaneva, scendendo dai campi di Reggio, lungo la condotta di Caddea, dopo aver alimentato “l’officina”, la vecchia centrale di produzione idroelettrica, finiva per essere contesa tra i manovratori comunali ed i guardiani del Consorzio irriguo. Quella battaglia si sarebbe giocata con sottile astuzia, senza esclusione di colpi, di giorno e di notte. Noi ragazzini facevamo il tifo per i guardiani. Eravamo di parte. Eravamo interessati. L’acqua scorrendo nel canalone centrale e diramandosi per le varie canalette di irrigazione, quasi un sistema di circolazione arteriosa, diffuso per l’intero paese, avrebbe rappresentato il nostro mare. A mare infatti non sempre si poteva andare. I papà lavoravano. I papà non conoscevano riposo o ferie. A mare, quando potevano, ci accompagnavano le nostre mamme, o i fratelli più grandi, con l’autobus. Si prendeva l’autobus e si scendeva al ponte del Calopinace, nei pressi della stazione, si raggiungeva, dopo un breve tragitto, il sottopasso di Calamizzi: ed ecco il mare. Il nostro sogno. Ma quando il caldo diventava intenso ed a mare non ci si poteva andare, bisognava comunque trovare refrigerio. Ecco la funzione del canalone. Si ostruiva il fluire dell’acqua con ogni sorta di ostacolo. Mazzacani, grosse pietre, faticosamente trasportate, tavole di legno, qui e là raccattate, ed ecco la diga. Bisognava essere bravi ad alzarla quanto bastava per non far debordare il prezioso liquido, per evitare problemi con i guardiani e con i coloni destinatari momentanei della partita di acqua. Poi il mare era fatto. La portata del canalone, alto circa un metro e largo altrettanto circa, si alzava per una decina di metri retrostanti. Ecco una piscina dove immergersi per trovare refrigerio. Era il nostro mare. Era gratis. Era sempre disponibile. I guardiani del Consorzio irriguo erano il nostro pericolo. Ci avessero scoperto, ci avrebbero rimproverato aspramente e fatti rimproverare dai nostri genitori. Ma non ci scoprivano mai. Ci osservavano con discrezione, ne eravamo sicuri. Vigilavano su di noi. Ma non ci scoprivano mai. In fondo la vita, al paese, era una eterna lotta, tutti contro tutti, ma alla fine si vinceva sempre tutti.

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