FESTA I MARONNA

Quadro della Madonna della ConsolazioneLo scandire dei sabati annunciava la discesa del Quadro. Già dai primi di settembre, in città, non si parlava di altro. Lo avevo costatato, accompagnando papà dal grossista di piazza Carmine, la nota ditta Tripodi, in occasione delle calate in città che facevamo, con l’ape, per l’approvvigionamento della bottega. La gente trasmetteva un anelito ed una sensazione di attesa, per quell’evento, intrisa di speranza e fiducia.

Finalmente arrivò sabato 14 settembre. Nella notte mamma si aggregò, come sempre, al pellegrinaggio dei Mosorrofani. La mattina presto mio fratello Paolo, che intanto aveva trovato lavoro come apprendista fotografo, mi svegliò presto e mi invitò a recarmi con lui ad attendere la processione al Duomo. Scendemmo con l’autobus, stracolmo di gente, tanto da perdere il respiro. Arrivammo al Duomo intorno alle 10 e ci sistemammo sotto gli alberi della piazza, tenuta opportunamente sgombra da alcune transenne.

La gente pregava, mentre in lontananza si udiva il suono di una tarantella, la gente ballava al ritmo di organetto e tamburello. Intorno alle 11. 30 la processione giunse in piazza, dapprima,  l’Arcivescovo Ferro e  tutto il clero, i canonici di legno, come li chiamava zio prete, sfilavano ai lati del vescovo, anche loro di porpora vestiti. Intravidi zio prete in mezzo ai sacerdoti, si avvicinò per sfiorarmi con una carezza. Mi disse che aveva pregato per me.  Dopo qualche minuto si stagliò nettamente sulla piazza il Quadro. La Madonna della Consolazione, da sopra la vara, sorretta con enorme fatica ed impegno dai portatori, ci guardava tutti, uno per uno. Per ciascuno di noi aveva una parola di consolazione e di speranza. Lo si intuiva dagli occhi lucidi della gente. Al grido di Viva Maria, ripetuto in modo assordante, tra scroscianti applausi urla e pianti di gioia, i portatori, di corsa, la girarono con le spalle al Duomo e poi la portarono dentro.

Finita la processione ci raggiunse anche Pasquale, mamma e le mie sorelle non le ritrovammo. Paolo con gli spiccioli della paghetta di apprendista o forse con qualche soldo messo da parte, durante il lavoro invernale nella fabbrica del bergamotto, comprò  in una macelleria di piazza Carmine, un panino con le frittole, una goduria.

Papà, che il sabato mattina era l’unico a non venire alla processione, data la bottega aperta, avrebbe partecipato alla processione del martedì. A pranzo, martedì, papà, che ci teneva tanto, cucinò, come di tradizione, costolette di maiale con peperoni e patate fritte. Di pomeriggio, scendemmo in città tutti, compreso zio prete,  con l’autobus, stivati come sardine. Finita la processione, zio prete ci raggiunse all’angolo della villa comunale, lo seguimmo sino in via Marina dove ci accomodammo fra i tavolini di un bar. Il prete ordinò un pezzo duro per tutti, rigorosamente crema reggina. Attendemmo i fuochi passeggiando e guardando i balli che si svolgevano, al suono della tarantella, in diversi posti della città, o le bancarelle variopinte di giocattoli, ceramiche di Seminara e calia. Paolo mi comprò un cavallino di legno, che tanto mi piaceva.

Finiti i fuochi ci recammo alla stazione. Zio prete aveva compreso la mia avversione per l’affollamento dell’autobus, nel quale non riuscivo neanche a respirare. Allora contrattò la corsa con un taxi che ci condusse a casa.

Signori che festa!

Avevo capito che quella festa, per noi reggini, segnava l’inizio dell’anno. L’anno per noi reggini iniziava con la festa di Madonna, poi sarebbe iniziata la scuola ed avremmo atteso, con ansia, lo scorrere del tempo, fra eventi e festività varie, fino al nuovo settembre, quando il Quadro miracoloso sarebbe tornato nuovamente in città. Ma soprattutto sentivo una grandissima serenità, sapevo che, malgrado la salute precaria, le preghiere di zio prete e lo sguardo della Mamma della Consolazione mi avrebbero accompagnato e protetto per tanti anni ancora.

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