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Contro la dipendenza affettiva

Per tutte le persone che vivono le relazioni affettive sotto forma di dipendenza. Condizioni di estrema sofferenza che, spesso, fungono da nutrimento. Dell’anima. Chi soffre di dipendenza affettiva non è meno forte o più stupido, è semplicemente dentro un giogo da cui, spesso, sembra difficile staccarsi. Ci si trova senza volerlo impegnati a ragionare sui “perché” ed a cercare estenuanti chiavi di lettura. Il problema è che la persona sofferente cerca di aprire la porta sbagliata. La porta dell’altro. Con l’illusione che l’aver chiaro ciò che accade alla persona che sconvolge i ritmi quotidiani, possa dare qualche margine di intervento sulla storia. Ma l’altro ha una sua interiorità e tutte le informazioni che da soli si otterranno, sono semplici interpretazioni che cambiano forma e contenuto a seconda del colore emotivo di chi si applica nel faticoso compito della comprensione. Per ciò tutto molto costoso, inutile, dannoso. Dunque cosa fare? Chiedere di non pensarci sarebbe un incentivo per continuare a farlo. Allora piuttosto che utilizzare tutte le nostre energie per analizzare al microscopio le azioni e le intenzioni dell’altro, si può spostare l’attenzione verso l’indagine di sè stessi,  dei propri desideri, dei propri bisogni. Mettersi sotto osservazione è molto più complesso, ma le risposte ottenute, saranno capaci di dare sollievo, se generate con sincerità. Quanto meno si  lavora per cercare di aprire la porta “giusta”. Mettere sotto i riflettori la propria interiorità è l’inizio della consapevolezza. Il cammino potrebbe essere tortuoso e se da soli sembra difficile inoltrarsi, si può cercare un compagno di viaggio: un terapeuta esperto, che dalle vostre paure non si lasci intimorire. E frattempo che la scoperta ci mostri orizzonti lontani, si può provare a ritagliare uno spazio di crescita personale. Nel libro “Per dieci minuti” scritto da Chiara Gamberale edito da Feltrinelli, la dottoressa T. -che nella realtà si chiama Telfener ed esiste davvero- prendendo ispirazione da Rudolf Steiner, propone alla paziente un gioco terapeutico: cimentarsi per dieci minuti al giorno in un’attività nuova, che possa far sentire la disperata protagonista, ancora protagonista della sua vita. Un modo divertente per ridefinire i contorni della propria esistenza. Dieci minuti, un tempo, per imparare ad uscire dalle situazioni disfunzionali, allontanarsi dalle persone che aumentano le paure e sentirsi liberi. Dieci minuti per capire che non siamo solo la nostra sofferenza, siamo anche la capacità di difesa, l’esplorazione, il cambiamento.

 

Olga Iiriti,

psicologa, psicoterapeuta

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